Luigi Tenco, poeta fragile

di Alessandro Ceccarelli

Festival di Sanremo, 27 gennaio 1967, stanza 219 dell’Hotel Savoy. Il cantautore Luigi Tenco, 29 anni si spara un colpo alla tempia e muore sul colpo. Il festival simbolo della canzone italiana è sotto choc. Non sono mai state chiarite le cause di un gesto così estremo, disperato, tragico. Secondo i più sembra che abbia pesato l’esclusione della sua canzone “Ciao amore, ciao” dalla gara, oppure la fine della tempestosa storia con la cantante francese Dalida. Resta comunque il fatto che Luigi Tenco, uomo tormentato, inquieto, complesso è una delle figure di primo piano nella storia della canzone d’autore italiana.
Lugi Tenco nasce in provincia di Alessandria il 21 marzo del 1938. Nell’adolescenza si trasferisce in Liguria, prima a Nervi e poi a Genova. Si interessa presto alla musica jazz e nel 1953 fonda un gruppo con il giovane Bruno Lauzi. Tenco suona il clarinetto. Nel 1957 si avvicina al sassofono e al pianoforte. Si iscrive all’università, prima alla Facoltà di Ingegneria che poi lascia per Scienze politiche. Nel 1958 conosce Gino Paoli con cui stringe un forte legame di amicizia. L’anno successivo si trasferisce a Milano ospite dell’amico Piero Ciampi e del musicista e arrangiatore Gianfranco Reverberi che lavora per la casa discografica Ricordi. In quel periodo conosce un altro futuro grande cantautore, Sergio Endrigo. Sempre nel 1959 il 21enne Tenco ottiene il suo primo contratto discografico per la Ricordi. Diventa amico di Enzo Jannacci, un altro grande esponente della canzone e del cabaret milanese. Nel 1961 viene pubblicato il suo primo 45 giri, “I miei giorni perduti”. Nel novembre del 1962 è la volta del debutto a 33 giri, “Luigi Tenco”, in cui c’è “Mi sono innamorato di te”, prima canzone che rappresenta tutto il suo universo musicale e poetico. Ecco la prima strofa dello straordinario testo:

“Mi sono innamorato di te

perché

non avevo niente da fare

il giorno

volevo qualcuno da incontrare

la notte

volevo qualcuno da sognare”

Luigi Tenco a soli 24 anni è un poeta maturo, profondo. Le sue liriche sono influenzate dai poeti dell’esistenzialismo francese. L’angoscia, la solitudine e il senso di smarrimento pervadono la sua opera, la sua vita e in definitiva il suo personaggio. Nel 1963, proprio per ribadire il suo modo di stare al mondo ruppe la profonda amicizia con Gino Paoli, per via della relazione con la giovanissima Stefania Sandrelli, che Tenco non approvava.

Nel 1965 esce il suo secondo album, sempre intitolato con il suo nome, il quale contiene probabilmente la canzone che meglio lo rappresenta: “Vedrai, vedrai”. Ecco le straordinarie parole di un brano memorabile.

“Quando la sera me ne torno a casa

non ho neanche voglia di parlare

tu non guardarmi con quella tenerezza

come fossi un bambino che ritorna deluso

si lo so che questa non è certo la vita

che hai sognato un giorno per noi

vedrai, vedrai

vedrai che cambierà

forse non sarà domani

ma un bel giorno cambierà

vedrai, vedrai

non son finito sai

non so dirti come e quando

ma vedrai che cambierà

preferirei sapere che piangi

che mi rimproveri di averti delusa

e non vederti sempre così dolce

accettare da me tutto quello che viene

mi fa disperare il pensiero di te

e di me che non so darti di più

vedrai, vedrai

vedrai che cambierà

forse non sarà domani

ma un bel giorno cambierà

vedrai, vedrai

no, non son finito sai

non so dirti come e quando

ma un bel giorno cambierà”.

Luigi Tenco entra di diritto nel “gotha” dei migliori cantautori italiani al pari di Fabrizio De Andrè, Gino Paoli, Umberto Bindi e Paolo Conte. E’ il momento magico di Tenco. Nel 1966 pubblica la straziante “Un giorno dopo l’altro” e “Lontano, lontano”, canzoni che contribuiscono a creare il mito dell’artista maledetto, dell’uomo che non riesce a vivere il proprio tempo. Nel 1967 pubblica il suo ultimo album “Ti ricorderai di me”. “Se stasera sono qui” , esce il 22 luglio, quando ormai il cantautore è morto da sei mesi.

I suoi due ultimi singoli pubblicati in vita sono “Ciao amore ciao”, che partecipò al fatale festival di Sanremo edizione 1967 e “E se ci diranno”. Il bravo “Ciao amore ciao” viene eseguito in due versioni separate, una cantata da Tenco e l’altra da Dalida. Durante le prove il cantautore è visibilmente teso e nervoso. Lui si arrabbia ancora di più quando i giornalisti, alla fine, gli fanno notare che Dalida canta il brano meglio di lui. Finito di provare e litigato col direttore d’orchestra Giampiero Reverberi colpevole, secondo Tenco, di averlo fatto sbagliare, va a giocare alla roulette al casinò. Vince seimila lire. Sulle scale insieme a Dalida lo aspettano i fotografi, ma passa quasi inosservato perché la diva è lei.

Alcune ore più tardi Dalida va a vedere come sta Tenco, trova la porta accostata, le chiavi nella toppa esterna. Bussa, da dentro nessuna risposta, entra. La luce è accesa, Tenco sdraiato a terra immobile, vestito con l’abito scuro e una camicia bianca un po’ aperta. Dalida caccia un urlo. Di corsa dalla stanza accanto arriva Lucio Dalla. Trova Dalida in ginocchio accanto a Tenco, lo tiene abbracciato sollevandolo per il busto. La donna si alza col vestito imbrattato di sangue e scappa dalla stanza nel corridoio, gridando.

L’Italia ha perso uno dei migliori autori di canzoni in una fredda e umida notte di fine gennaio.

“ Io sono uno che sorride di rado, questo è vero, ma in giro ce ne sono già tanti che ridono e sorridono sempre, però poi non ti dicono mai cosa pensano dentro “

(Luigi Tenco, 1966)