Il balletto estenuante delle trattative tra Usa e Corea del Nord

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L’attesissimo accordo sul nucleare tra Stati Uniti e Corea del Nord potrebbe svanire come un miraggio. E non sarebbe la prima volta. Basti ricordare quando Kim Jong-il, padre dell’attuale leader nord-coreano nel 1998, come abbiamo scritto, promise all’allora presidente americano, Bill Clinton, la rinuncia al nucleare, distruggendo un reattore ,ma continuando a sviluppare i missili. Ora Seul si offre per mediare tra Trump e Kim all’indomani della minaccia di Pyongyang di non partecipare al summit di Singapore tra Kim e Donald Trump e alla cancellazione – a solo due ore dall’inizio – della partecipazione ai colloqui di alto livello inter-coreani, per le esercitazioni militari congiunte americano-sudcoreane. La metamorfosi di Kim da “little rocket man” a diplomatico fine sembra destinata a portare a un brusco risveglio. O forse è già tutto successo? Mentre la stampa americana analizza la fragilità della diplomazia americana (lo fa qui il New Yorker) l’Associated Press ha riepilogato i capitoli fondamentali che hanno scandito la storia dei negoziati tra Washington, Seul e Pyongyang.
Tutto ha inizio nel 1985, quando la Corea del Nord, come racconta più diffusamente il Foreign Policy, fa il suo ingresso nel Trattato di Non Proliferazione Nucleare, senza tuttavia firmare le disposizioni dell’Agenzia Internazionale per l’energia atomica (Aiea). Era il 1994 quando Bill Clinton raggiunse un accordo con la Corea del Nord scongiurando la minaccia di proliferazione nucleare. Pyongyang fermò la costruzione di due reattori in cambio di due termopropulsori nucleari alternativi da impiegare per la fornitura elettrica, oltre al rifornimento di 500 mila tonnellate di petrolio all’anno. La Corea del Nord lamentò i ritardi nella fornitura di petrolio e nella costruzione dei reattori, che non furono mai consegnati. Dal canto suo, Washington mise sotto accusa l’ambizione del Nord, mai sopita, di costruire missili balistici.
L’accordo collassò nel 2002 dopo le ammissioni da parte di Pyongyang di aver sviluppato clandestinamente un programma nucleare con l’impiego di uranio arricchito. Qui The Conversation spiega la lezione che Trump può imparare dal caso di questo accordo fallito. Un anno dopo, gli Stati Uniti tornarono a dialogare con il regime nord-coreano, questa volta mettendo i piedi sotto il tavolo del “Dialogo a sei”, che includeva Cina, Corea del Sud, Russia e Giappone. Nell’agosto del 2003 iniziò un lungo periodo di tesi negoziati, sfociati nell’accordo del settembre del 2005 in cui la Corea del Nord accettava di fermare il programma nucleare in cambio di sicurezza e vantaggi economici. Ma il disaccordo tra Washington e Pyongyang sulle sanzioni imposte al Nord fece vacillare i dialoghi, e nessuno riuscì a impedire che la Corea del Nord conducesse il primo test nucleare nell’ottobre del 2006. I dialoghi per il disarmo vennero ripristinati alcune settimane più tardi, portando nel febbraio del 2007 a un nuovo accordo, secondo cui la Corea del Nord avrebbe smantellato i siti nucleari e autorizzato le ispezioni internazionali, in cambio di un pacchetto di sussidi del valore di circa 400 milioni di dollari.
Ma anche questa volta, l’accordo saltò quando nel dicembre del 2008 i nord-coreani non accettarono il metodo di verifica proposto dagli Stati Unii. I dialoghi a sei finirono in una fase di stallo. Il Nord condusse un altro test nel maggio del 2009. Sin dalla guerra di Corea (1950-1953), conclusasi con un armistizio che oggi le due Coree – con la “dichiarazione di Panmunjom” del 27 aprile scorso – intendono trasformare in un accordo di pace, le relazioni tra Seul e Pyongyang hanno conosciuto molti alti bassi: si sono susseguiti ben tre summit storici alternati a fasi di ostilità, sfiorando sovente il rischio di un conflitto armato. L’ultima volta è successo nel 2015 dopo che due soldati del Sud finirono su un campo di mine piazzate dai nordcoreani. Il disastro annunciato fu scongiurato grazie a un tempestivo accordo che prevedeva le scuse ufficiali del Nord in cambio della promessa del Sud di sospendere temporaneamente le trasmissioni di messaggi di propaganda anti-Pyongyang sul confine.