La scimmia sulla schiena

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Angelo Alfani, Erodoto e i migranti

Da tempo, le tematiche legate al migrare sono divenute come la scimmia sulla schiena. La scimmia, nel noto aforisma, avvinghiata sulle spalle dell’alcolista, lo graffiava e gli tirava i capelli, costringendolo a continuare nel vizio. Così quello che ruota attorno al migrante indirizza il nostro pensare ed agire . Sono recenti le dichiarazioni fatte dal Presidente Mattarella: “In circa cento anni, tra il 1876 ed il 1975, sono emigrati dall’Italia quasi 26 milioni di italiani. Si tratta di una nazione fuori dalla nazione. Parliamo dei figli lontani ai quali dalla madre Patria si guarda con ammirazione” . In una interrogazione al ministro degli affari esteri il socialista Giacomo Matteotti chiedeva di “sapere se siano vere le notizie contenute nel Fanfulla (giornale in lingua italiana pubblicato a San Paolo) intorno all’incetta di emigranti per il Brasile, ed al trattamento inumano e senza protezione dei Poveri nostri connazionali attratti nelle fazendas”. Sono di ieri l’altro i dati sulla continua ed esponenziale fuga di italiani in Europa, non solo di giovani talentosi, pizzaioli, lavapiatti, camerieri, ma anche di genitori che raggiungono i figli, il contrario di quanto avveniva fino agli anni cinquanta, quando era il capofamiglia a fare da battistrada. Sono di oggi i tragici fatti di San Lorenzo che spazzano via ogni tentativo di ragionare sul mondo. Da sempre i popoli di terre, divenute ostili ad una vita degna di essere vissuta, cercano nuovi lidi, nuove colonie, speranze. Non solamente: anche la curiosità, il desiderio di avventura, il continuo bisogno di stupirsi, spinge gli uomini a prendere il largo. “Chi perde il desiderio di stupirsi è un uomo interiormente svuotato, ha il cuore bruciato”. Il Mare nostrum è stato, è e sarà un via vai di migranti, audaci al pari della paura che li spinge ad attraversarlo. L’avventurosa storia degli abitanti di Focea, che a noi abitanti di Cerveteri, raro esempio di comune privo di rifugiati, riguarda direttamente, è esemplificativa di quanto circola nell’aria. Focea, come narra Erodoto, primo grande inviato speciale, fu la prima grande città della Ionia conquistata dai Persiani. Conseguentemente i Focesi furono i primi greci a darsi ai grandi viaggi, costretti ad emigrare in massa. Non avevano gommoni bucati ma robuste e veloci pentecontere. Spinti da venti anarchici, siamo nel 630 circa, scoprirono per caso in Andalusia, il meraviglioso paese di Tartesso, mai nota ai greci, ma conosciuta nella Bibbia. Qui giunti si assicurarono l’amicizia di Argantonio, re del luogo, e cercarono di accasarsi. Trascorse non molto tempo che rischiando di essere ridotti in schiavitù dal tiranno Arpago, presero la decisione di svignarsela. In silenzio, imbarcati i figli, le donne con tutte le suppellettili, gli anziani e le statue degli dei e gli altri doni votivi ai santuari, fecero scivolare le loro navi da cinquanta remi nell’azzurro marino. Dopo infinite peripezie si stabilirono a Cirno in Corsica. Riporto quanto scrive Erodoto: “I Focesi, da tempo insediatisi a Cirno, molestavano e depredavano tutti i popoli che i Tirreni ed i cartaginesi, di comune accordo, mossero loro guerra. Si affrontarono nel mare detto dei Sardi”. Fu un tripudio di morte come quello che avviene ai tonni pinne gialle nelle gabbie della morte. I pochi che riuscirono a tornare a terra caricarono figli ,donne, anziani e statue degli dei e navigarono verso Reggio. La maggior parte venne fatta prigioniera e suddivisa tra Cartagine ed Agylla. Stipati nelle imbarcazioni, lentamente ed Imbarcando acqua, approdarono nel sicuro porto di Pyrgi. Non diversamente da quanto fanno gli scafisti con i loro passeggeri diretti nelle terre dello spreco, gli Agillei decisero di disfarsi dei prigionieri Focesi, massacrandoli a sassate nella piana della Pallavicini. Riprende a narrare Erodoto: “Da quel momento presso gli Agillei, chiunque passava il luogo dove i Focesi erano stati lapidati e dove giacevano i loro corpi, diventava rattrappito, storpio, impotente; si trattasse di pecore, di animali da soma o di uomini, era la stessa cosa. Allora i lucumoni decisero di inviare messi a Delfi, disposti a riparare il malfatto ; e la Pitza gli ordinò di offrire ai loro Mani splendidi sacrifici ed di istituire in loro onore gare ginniche ed equestri”. La veridicità del racconto di Erodoto è avvalorata da alcune affermazioni dell’inflessibile ingegner Mengarelli e da ritrovamenti avvenuti agli indizi del sessanta in terra di Montetosto, non distanti dalla sublime strada, in parte ancora intatta, che ,da Caere, lasciandosi alle spalle enormi tumuli, giungeva al suo porto principale, un vasto complesso architettonico in tufo e cornici in nenfro. Che si tratti del santuario “spazio sacro, là dove il Dio getta la sua ombra” che i nostri progenitori furono costretti ad edificare in espiazione del venir meno del dovere di ospitalità!?

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