Lo stato sociale: istituti e norme applicative, cosa bisogna sape

Lo stato sociale è quel complesso di norme con cui lo stato cerca di garantire a tutti una serie di servizi e mezzi di sostentamento entro i limiti delle risorse finanziarie disponibili con adeguate leggi che ne regolano il diritto all’accesso e la fruizione e ne assicurano il finanziamento e la sostenibilità.

E un efficace mezzo di redistribuzione della ricchezza prodotta ed un grande mezzo di giustizia sociale; è la più grande conquista del secolo scorso.

Gli elementi principali dello stato sociale sono 2:

  • l’accesso alle cure mediche;
  • garanzie reddituali temporanee durante l’età media e permanenti durante l’età avanzata.

1) L’accesso alle cure mediche : attraverso il Servizio sanitario nazionale, è garantito a tutti secondo livelli standard, è gestito dalle regioni, si finanzia attraverso l’IRAP, (imposta regionale sulle attività produttive) ed ove necessario attraverso un prelievo fiscale sul reddito delle persone fisiche (imposta regionale) modulando le relative aliquote (notoriamente diverse da regione a regione anche in funzione delle esigenze del servizio sanitario a livello regionale).

Negli ultimi 25/30 anni si è andato affermando un sistema sanitario parallelo e complementare al servizio sanitario nazionale , su base volontaria, gestito da compagnie assicuratrici ed istituti finanziari (cosiddette polizze sanitarie) che, a fronte di una somma annua da pagare comunque (premio), garantiscono l’accesso alle prestazioni sanitarie in alternativa a quelle garantite dal servizio sanitario nazionale con standard di qualità e tempi di risposta anche molto diversi da quelli garantiti dal servizio sanitario nazionale. Questo sistema parallelo è accessibile a chi si può permettere di pagarlo, è incoraggiato dallo stato con adeguate facilitazioni fiscali ed ha una sua funzione sociale perché chi lo utilizza non grava sull’SSN.

Questo servizio parallelo è entrato progressivamente nel vivere comune e, parallelamente alle adesioni personali, sono sempre più numerose le aziende che, attraverso la contrattualistica aziendale, finanziano e garantiscono ai propri dipendenti e spesso anche ai relativi nuclei familiari polizze sanitarie collettive fino al pensionamento. In alcuni settori le organizzazioni sindacali di categoria dei lavoratori hanno inserito questo tipo di garanzie sanitarie nella contrattualistica nazionale con costi a totale carico aziendale ed estensibili a tutti i lavoratori dei relativi settori salvo rinuncia volontaria degli stessi. Negli ultimi tempi si stanno affermando ulteriori forme di garanzie sanitarie, le mutue, come le polizze sanitarie volontarie ed a pagamento, accessibili a tutti ma indirizzate soprattutto alle popolazioni più anziane che mediamente dal 70° anno di età non sono più “assicurabili” per l’elevato rischio sanitario.

2.1) Le garanzie reddituali temporanee: sono parziali o totali, garantiscono un reddito in caso di ridotta o assenza totale di attività lavorativa che comporta una riduzione o assenza di reddito. Ve ne sono varie forme: la cassa integrazione guadagni integra in parte la quota di reddito ridotta in presenza di riduzione di attività lavorativa; assegno di disoccupazione (o come chiamata negli ultimi tempi) garantisce un reddito in assenza di attività lavorativa; assegno di inabilità o invalidità garantisce un reddito in presenza di incapacità lavorativa parziale o totale; indennità di maternità ed altro ancora.

Sono tutte forme di sostegno al reddito temporanee, vengono erogate dall’INPS fino al perdurare della causa da cui hanno origine, si finanziano attraverso un prelievo dalle retribuzioni dei lavoratori attivi (contributi) e fanno riferimento a precedenti periodi lavorativi che ne legittimano il diritto. Da qualche anno sono state varate forme di sussidio finalizzate a stimolare ed aiutare i giovani ed anche meno giovani ad inserirsi nel mondo del lavoro, (REI), fruibili anche in assenza di precedente esperienza lavorativa; attualmente è all’esame del governo una tipologia di sussidio generalizzato, slegato dalle attività produttive e, sembra, da qualsiasi altro vincolo e che dovrebbe essere finanziata a debito; dovrebbe sostituire o assorbire il REI?

2.2) Le garanzie reddituali permanenti: sono le pensioni (assegno pensionistico). E’ un reddito vitalizio garantito a tutti da una certa età in poi (età pensionabile) e per il resto della vita. Per chi ha svolto attività lavorativa retribuita (subordinata o autonoma) l’assegno pensionistico è proporzionale ai contributi versati nell’arco della vita lavorativa. Viene comunque garantita in misura minima a tutti (assegno sociale) in funzione del reddito disponibile ed anche in assenza di contributi versati.

La pensione una volta calcolata ed assegnata non subisce variazioni a meno dell’aggiornamento annuale per il recupero del potere d’acquisto regolato dalla legge per gli assegni pensionistici fino ad un certo livello,

La pensione è erogata dall’INPS e si finanzia attraverso un prelievo dalle retribuzioni dei lavoratori attivi (contributi previdenziali) in percentuale sul relativo ammontare retributivo; il prelevo dei contributi dalle retribuzioni dei lavoratori attivi ed utilizzato per pagare le pensioni ci dice che una quota percentuale del reddito prodotto dai lavoratori attivi è destinato al mantenimento delle persone non più attive con tutti i potenziali disequilibri che può generare un eventuale disequilibrio fra numero di lavoratori non più attivi e lavoratori attivi. L’intero sistema è a ripartizione. L’assegno pensionistico per molti anni è stato calcolato con il sistema retributivo che nel tempo ha mostrato una serie di criticità e gradualmente si va sostituendo con il sistema contributivo. Per un periodo transitorio i due sistemi interagiscono.

Sistema di calcolo retributivo.

L’assegno pensionistico è proporzionale al periodo di contributi versati ed al montante della retribuzione, rispecchia la situazione retributiva degli ultimi anni (ultimamente gli ultimi dieci anni nel settore privato). E’ un sistema in via di superamento che avvantaggia chi nella vita lavorativa ha avuto una progressione retributiva rilevante. Il calcolo fatto sugli ultimi anni di fatto rivaluta automaticamente tutti gli anni precedenti. Non comporta vantaggi apprezzabili per chi ha avuto una progressione retributiva piatta. Consente una serie di abusi che, nel tempo, sono venuti alla luce. Il sistema è nato oltre 50 anni fa ed ha un suo fondamento sociale. Il sistema di calcolo retributivo rispecchia la situazione retributiva del momento in cui viene effettuato il calcolo dell’assegno pensionistico e di fatto sancisce un legame fra le retribuzioni e le pensioni del momento. Entro certi limiti le retribuzioni di riferimento per il calcolo e gli assegni pensionistici seguono la stessa dinamica.

Sistema di calcolo contributivo.

L’assegno pensionistico, a grandi linee, è proporzionale al montante dei contribuiti versati durante la vita lavorativa e di cui ne è una percentuale stabilita dalla legge. Non ha rilevanza la eventuale progressione retributiva se non in termini quantitativi; non c’è nessun legame con le retribuzioni del momento in cui viene calcolato. Di fatto sancisce un distacco delle pensioni alla dinamica retributiva generale.

Negli ultimi 20 anni si e andato affermando l’esigenza di una seconda pensione (cosiddetto secondo pilastro)parallela e complementare alla pensione pubblica (cosiddetto primo pilastro): Mediante accordi fra organizzazioni sindacali dei lavoratori ed organizzazioni datoriali di categoria sono nati fondi specifici di categoria regolati da leggi specifiche per quanto concerne l’aspetto fiscale sia in fase di contribuzione che in fase di erogazione delle relative prestazioni e per quanto concerne l’aspetto gestionale e le garanzie dei gestori verso gli associati.

Il secondo pilastro, tra l’altro, in concorso con il primo pilastro, a grandi linee, garantisce il livello pensionistico del sistema retributivo a quelle categorie più penalizzate dal ritorno del sistema contributivo che , notoriamente, garantisce un livello di copertura più basso e più marcato per quelle categorie di lavoratori che, nell’arco della vita lavorativa, hanno avuto un progressione retributiva più dinamica e che sono anche le categorie che hanno maggiore possibilità di pagarlo.

Il secondo pilastro si finanzia, per i lavoratori con rapporto di lavoro subordinato, con il TFR, in tutto o in parte, con una quota a carico del datore di lavoro ed una quota a carico dell’interessato che, entro limiti stabiliti dalla legge, gode di interessanti facilitazioni fiscali e costituisce una buona opportunità per chi ha disponibilità finanziarie adeguate ed una situazione contributiva carente con il primo pilastro. Il sistema entro periodi di tempo ridotti, (minimo 5 anni di contribuzione) può garantire, a fronte di adeguata contribuzione, un assegno pensionistico secondo le proprie esigenze. La legge concede grosse facilitazioni fiscali ma dispone anche che siano rispettati, entro i limiti stabiliti dalla legge stessa, lo spirito con cui questo secondo pilastro è nato: cioè garantire un assegno pensionistico e non un mezzo di accumulazione finanziaria agevolata.

Il secondo pilastro, data la sua natura volontaria, privatistica e personale, consente, tra l’altro, di attribuire in tutto o in parte, l’erogazione delle prestazioni a persone diverse dai titolari o di creare posizioni pensionistiche a favore delle persone fiscalmente a carico e facenti parte del proprio nucleo familiare , anche minori, con tutti i vantaggi previsti dalla legge in fase di contribuzione.

Consente anche di destinare a persone diverse dal titolare, anche al di fuori del proprio nucleo familiare, le prestazioni a cui si ha diritto con la propria posizione. Di fatto si può garantire ad un terzo l’erogazione della pensione. Da non confondere con la reversibilità del primo pilastro, rigidamente regolata dalla legge , ed attribuibile solo ed a determinate condizioni alle persone facenti parte del proprio nucleo familiare.

Questa possibilità può risultare interessante per chi ha il coniuge dedito abitualmente ai lavori domestici (casalinghe) o alla cura dei familiari anziani come può risultare interessante per aprire delle posizioni previdenziali a favore dei figli minori a cui è possibile aprire una posizione previdenziale che loro possono continuare ad alimentare o semplicemente mantenere al momento di ingresso nel mondo del lavoro.

Un altro dei vantaggi di questa possibilità, rispetto ad altri, come ad esempio il fondo casalinghe presso l’INPS, è che, al momento del pensionamento, oltre a poter designare un beneficiario, si può riscuotere i contributi versati anche sotto forma di capitale da parte del titolare o dell’eventuale beneficiario e non vanno perduti in caso di decesso del titolare.

In passato c’è stata una gestione alquanto allegra del sistema previdenziale, alimentata dall’illusione che fosse un pozzo senza fine a cui poter attingere all’infinito e che ha prodotto gravissimi disequilibri finanziari che hanno messo in forse la sostenibilità stessa del sistema. Negli ultimi decenni sono state operate delle correzioni che gradualmente stanno portando in equilibrio il sistema ma che nell’attuale fase politica tornano in discussione. Si parla di pensionamento per “liberare” posti di lavoro ma si ignora che la pensione si paga con i contributi dei lavoratori attivi e per pagare una pensione servono i contributi di tre lavoratori attivi; per garantire l’equilibrio per un lavoratore che esce ne devono entrare tre. Sappiamo che non è così ed, ancora una volta, è destinato ad aumentare il prelievo contributivo dalle retribuzioni dei lavoratori attivi con conseguente aumento del costo del lavoro e buona pace della riduzione del cuneo fiscale di cui tanto si parla da anni. Questo errore il nostro paese lo ha commesso negli anni 70/80 del secolo scorso quando il ricorso massiccio ai prepensionamenti ed alla “cassa integrazione a vita” nel caso di crisi aziendali sia pubbliche che private ha garantito un reddito a chi veniva escluso dal ciclo produttivo di quelle aziende ma ne ha scaricato i costi sulle generazioni successive oltre che sulla finanza pubblica che ancora non li ha assorbiti; si diceva , allora, “per le risorse necessarie si ricorre al mercato”. Ha così avuto inizio un discutibile sistema di sostegno al reddito che, oltre a mettere a rischio la sostenibilità del sistema pensionistico, ha contribuito in modo rilevante a creare ed alimentare un mostruoso debito pubblico con cui oggi dobbiamo fare i conti e che si tende a sottovalutare; come allora anche ora la soluzione che le forze politiche che hanno la responsabilità del governo del paese dovrebbero individuare non sono semplici “leva e metti”.

Antonio Ignelzi