Il procuratore generale della Cassazione: confermare le condanne per Umberto Bossi e Francesco Belsito per la vicenda dei fondi della Lega

bossi e belsito
Confermare le condanne all’ex leader della Lega Umberto Bossi e all’ex tesoriere Francesco Belsito e nuovo processo per i tre ex revisori dei conti Stefano Aldovisi, Antonio Turci e Diego Sanavio. E quanto chiede il sostituto procuratore generale della Cassazione, Marco Dall’Olio, nel corso dell’udienza che si svolge alla sezione feriale della Suprema Corte. Il caso è quello della presunta maxi truffa ai danni dello Stato, ovvero quello per cui sono scattati i sequestri per i 49 milioni di euro dopo la condanna a Genova di Bossi, Belsito e tre ex revisori dei conti della Lega Nord, Stefano Aldovisi, Antonio Turci e Diego Sanavio (per loro tre derubricato il reato di truffa in un reato minore) per rimborsi elettorali non dovuti dal 2008 al 2010. La prescrizione scatta tra 48 ore. Bossi e Belsito in Appello sono stati condannati rispettivamente a due anni e sei mesi e quattro anni e dieci mesi. Il sostituto procuratore generale della Cassazione, Marco Dall’Olio, non ha dubbi sulla mancata trasparenza e falsificazione riguardo alla rendicontazione delle spese, “finalizzata a ottenere i finanziamenti alla Lega”. E proprio sul piano della trasparenza, secondo quanto previsto dalla legge, “che si viene a realizzare la condotta truffaldina”, sottolinea. Nel corso della requisitoria all’udienza per il processo per truffa ai danni dello Stato in cui sono imputati l’ex leader della Lega Umberto Bossi e l’ex tesoriere Francesco Belsito, Dall’Olio si dice d’accordo sulle motivazioni della sentenza della Corte d’Appello di Genova e afferma, contro quanto ritiene la difesa, che “non è vero che rendiconti erano generici e non falsi. Ad esempio ci sono i rimborsi agli autisti mentre i soldi venivano utilizzati per pagare le spese della famiglia Bossi”. “C’è poi un accredito riferibile all’acquisto della laurea per Renzo Bossi”, dice Dall’Olio ricordando una cartellina con la scritta ‘family’. Secondo il sostituto pg della Cassazione, a giudizio del quale è stato messo in piedi “un sistema artatamente sofisticato”, la truffa “si configura simulando una trasparenza senza la quale le somme non si sarebbero potute ottenere. Le falsificazioni non erano finalizzate a occultare al partito le condotte appropriative ma a ottenere il finanziamento”.