Perché Marco è morto quella notte del 18 maggio?

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E’ partito il conto alla rovescia per l’approdo in Cassazione del caso Vannini

Perché Marco è morto quella notte del 18 maggio?

Nell’ultima puntata Quarto Grado ha acceso un faro sui vestiti del ragazzo e su una maglietta che doveva essere nelle mani dei Magistrati e invece…

 

di Alberto Sava

 

L’articolo che segue, a causa di un refuso tipografico, è stato pubblicato parzialmente sull’edizione in edicola domenica scorsa. Di seguito la versione originaria.Partito il conto alla rovescia per l’approdo in Cassazione del caso di cronaca nera di Ladispoli più seguito in Italia. Esattamente “mancano 90 giorni alla ‘luce’ su Marco Vannini”, questo il senso d’apertura dell’ultima puntata di Quarto Grado sul ragazzo di Cerveteri, puntata focalizzata su un aspetto dell’indagine rimasto finora in ombra: gli abiti di Marco. Nella cameretta della fidanzata Martina, mostrano le immagini di Quarto Grado, sullo scrittoio si intravede un costume da uomo quasi ‘nascosto’. Sul pavimento le scarpe di Marco che avrebbero avuto tracce di polvere da sparo, mentre secondo i Ciontoli “quando il colpo è stato esploso Marco era nudo”. Secondo gli inquirenti le particelle di polvere da sparo sono state trasportate. Ma proprio nei giorni successivi alla morte di Marco, dopo che Roberto, il migliore amico di Marco era andato a casa Ciontoli a prendere lo zaino e le chiavi della macchina, la famiglia di Marco aveva notato la mancanza di una maglietta con scritto “Mallorca” e un costume bianco e azzurro, e proprio un costume simile le immagini proiettate da Quarto Grado posizionerebbero nella stanza di Martina. In una conversazione con Roberto, Martina avrebbe detto che il costume era in mano alla Magistratura per le analisi. Come riporta Quarto Grado, però, quel costume non sarebbe mai stato oggetto di approfondimenti. La questione degli abiti di Marco è sicuramente un particolare importante sul piano delle indagini, mentre sembrano strategiche per l’appuntamento con la Cassazione le testimonianze spuntate dopo anni da quel famoso sparo nella villetta di Ladispoli. In particolare si tratta dell’artigiano tolfetano Davide Vannicola e della ancor più recente testimonianza resa da una conoscente della signora Ciontoli, presente al Pit di Cerveteri-Ladispoli nella famosa notte in cui Marco morì. La trasmissione Quarto Grado continua a tenere inchiodata l’opinione pubblica nazionale su questo caso, che evidentemente continua a mantenere quel profilo in chiaro scuro delineatosi già al termine della prima puntata di ‘Chi l’ha visto?’ in onda sul Rai 3. In questi anni le indagini hanno svelato molto, se non tutto, su quanto è avvenuto dopo lo sparo, ma si continua a navigare nel buio su quanto è accaduto prima che Antonio Ciontoli sparasse. Sembra quindi che mancherebbero ancora delle tessere per completare il mosaico di questo giallo. Oggi è ancora difficile capire se e quanto siano dirimenti queste tessere. Le sentenze di condanna emesse finora nei due gradi di giudizio, 14 anni la prima e 5 anni in appello, esprimono una caratura di valutazioni troppo diverse tra loro e quindi spetta ora alla Cassazione dire una parola definitiva, magari nel senso di un’eventuale ripartenza del processo per arrivare a quella verità capace di dare giustizia al ragazzo di Cerveteri ucciso in una notte di maggio: fuori dalle aule giudiziarie, questa è l’unica verità certa per Marco che riposa prematuramente al cimitero di Cerveteri per morte violenta, per mamma Marina e papà Valerio a cui  stato strappato un figlio di 20 anni. Perché?

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