Omicidio Vannini, papà Valerio: “La colpa dei Ciontoli sono quei 110 minuti”

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La nostra speranza «è che le motivazioni della sentenza di corte di Cassazione ripercorra la linea disegnata dal procuratore Generale di corte di Cassazione durante la requisitoria del 7 febbraio scorso». Lo dice all’agenzia Nova Valerio Vannini, padre di Marco, il ragazzo morto a Ladispoli nella casa di Antonio Ciontoli la sera del 18 maggio 2015, ucciso «non tanto dal proiettile sparato – dice il padre – quanto da quei 110 minuti di ritardo nel lanciare l’allarme». L’attesa si fa snervante per i familiari di Marco perché dopo 30 giorni dalla sentenza con cui la Suprema corte ha annullato l’esito del processo d’Appello, saranno rese note le motivazioni di quella decisione. Il giudizio della corte d’Appello impugnata con successo in Cassazione aveva derubricato l’omicidio di Marco da «volontario», così come riconosciuto dalla corte d’Assise di primo grado, in omicidio colposo, riducendo le condanne da 15 a 5 anni di carcere per Antonio Ciontoli e a 3 anni per la moglie e i due figli. «Mi aspetto – dice Valerio Vannini – che si ritorni a valutare la colpa di quei 110 minuti di attesa. Marco è stato ferito dal proiettile, ma la morte è stata causata» dal comportamento della famiglia Ciotoli «di non soccorrerlo; dal non chiamare noi per fare il modo che ci potessimo attivare per salvare nostri figli. La speranza è che la motivazione cristallizzi quanto riportato dal procuratore Generale, puntando il dito su quei 110 minuti e su tutti quelli che erano presenti in quella casa, anche chi poi è stata tirata fuori in Appello.

 

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