Life Coaching e Formatrice, Lucia Barbieri si racconta attraverso le “vite degli altri”

Lucia Barbieri, Life coach e formatrice
di Alessandro Ceccarelli
Sin dal suo sguardo penetrante si capisce che il suo lavoro è “scrutare” in profondità nell’animo e nel cervello delle persone. E non stiamo parlando della mission di una psicologa o psicoterapeuta. Stiamo parlando di una donna che partendo da “molto lontano”(una laurea in Lingua e Letteratura Araba), dopo un percorso di tante curiosità e passioni è approdata negli ultimi vent’anni alla professione di Life Coaching e Formatrice. Parlando con Lucia Barbieri al telefono la sua voce trasmette immediatamente alcune sensazioni che fanno parte del suo modo di stare al mondo e della sua attività. Si percepisce in lei l’entusiasmo, la curiosità, la determinazione e la spiccata ironica, tipica dei toscani. E’ nata a Prato, la città dei cenciaioli e del leggendario Curzio Malaparte. Il suo lavoro è anche una sfida elettrizzante per migliorare la qualità della vita e della professione delle persone che si rivolgono a lei. Non c’è nulla di più eccitante nel riuscire a “tirar fuori” da un individuo qualità che egli stesso non pensava di avere. E’ quasi un “dono”, una sorta di miracolo” che Lucia Barbieri compie con umiltà e dedizione da due decenni. L’abbiamo sentita al telefono per una lunga e gradevole chiacchierata.
Come è nata in te l’interesse per la lingua e la letteratura araba? Ho letto che hai vissuto in Medio Oriente. Cosa intendi per aver sentito la necessità di uscire dalla tua zona di comfort?
L’interesse è nato probabilmente per caso. La passione e probabile predisposizione per le lingue straniere erano già emerse durante il liceo (scientifico ad indirizzo linguistico). Il desiderio di mettermi alla prova con qualcosa di diverso e forse più difficile mi ha spinto verso mondi a me ignoti. E così mi sono ritrovata iscritta all’università Cà Foscari di Venezia, facoltà di lingue e letterature orientali, sezione di arabistica. Da quel momento mi si è aperto un mondo affascinante e controverso; un mondo senza dubbio da capire (era il lontano ‘91 quando ancora, diciamo così, l’arabo e l’Islam non andavano di moda…tanto che eravamo in pochi iscritti … il suo “boom” è scaturito dopo, ahimè, con gli attacchi alle torri gemelle dell’11 settembre 2001). Si sono susseguiti quindi soggiorni di studio in Marocco fino ad arrivare in Egitto che mi ha affascinata particolarmente e legata a sé in un certo modo. Dopo un semestre con il programma Erasmus all’Università di St. Andrews in Scozia (atmosfera ben diversa da quella cairota…) sono tornata a preparare la tesi di laurea nella fornitissima biblioteca dell’American University del Cairo: la tesi era un’analisi comparata nell’uso dello stream of consciousness in “Il ladro e i cani” del premio Nobel Naguib Mahfouz e “Ulisse” di James Joyce (mia “vecchia” passione di studio, che ho potuto in tal modo riprendere, anche se il mio percorso linguistico e letterario si era spostato su altre longitudini). In quell’occasione ho avuto anche modo di conoscere lo stesso scrittore Mahfouz, in una serata organizzata dal suo biografo risultata poi un miscuglio riuscito fra intervista, chiacchiere e buoni consigli. Io, studentessa universitaria, e lui, scrittore premio Nobel a parlare alla pari di letteratura e vita…Ti devo confessare che lì per lì non me ne sono resa conto ma poi mi tremavano le gambe al solo pensiero e sono uscita che mi sentivo ubriaca anche se avevamo bevuto solo del buon tè. Il ricordo che è più vivo non è solo quello del grande scrittore ma soprattutto quello dell’uomo profondo, socievole e decisamente disponibile. I suoi consigli sulla tesi (“non seguire le interpretazioni dei critici, ma quello che senti tu stessa”!!), sulla vita e il suo affetto mi resteranno sempre in mente e nel cuore.
Per quanto riguarda la tua domanda sulla necessità di uscire dalla zona di comfort, devo dire che è stata innata, non me ne sono neppure resa conto. Conoscevo già molto bene l’inglese, il tedesco e il francese e volevo semplicemente sperimentarmi con qualcosa di completamente diverso e forse anche un po’ difficile… E voilà…mi sono ritrovata prima fra le calli e rii di Venezia e poi nei vicoli del Cairo e sulla corniche del Nilo. Ed ecco che la mia zona di comfort si era decisamente ampliata…
Dall’affascinante e per certi versi misterioso mondo arabo come sei arrivata alla tua attuale professione di Life Coaching e formatrice? Quale percorso interiore hai seguito?
Dopo la tesi di laurea Venezia sono tornata per lavorare e per approfondire la mia conoscenza in Egitto, ma il 9 settembre mi ha costretta a ripartire (in realtà avevo già deciso di spostarmi di nuovo perché consideravo quella fase già conclusa). In Italia ho fatto un master all’università di Urbino in geopolitica mediorientale (di cui ho letto in un trafiletto su un giornale mentre facevo colazione ad un bar di Firenze) perché sentivo di voler approfondire l’aspetto più contemporaneo della storia e della geopolitica di questi paesi. Poi sono stata ammessa ad un corso -anche questo trovato quasi per caso -di due anni organizzato dalla Commissione Europea dal Consiglio d’Europa per formatori a livello Euro-Mediterraneo. E da lì è partita l’avventura della formazione nei paesi dell’Unione Europea e in quelli del Medio Oriente e Nord Africa. Ho potuto quindi riunire di nuovo le mie competenze linguistiche e culturali in una strada impegnativa ma senza dubbio piena di molte soddisfazioni, molte persone conosciute, realtà e situazione e soprattutto nuove competenze acquisite. E la zona di comfort si è allargata. Diciamo che mi annoio molto facilmente, se non ho stimoli nuovi e se … non mi metto alla prova (a volte vorrei pretendere meno da me stessa…). Mi piace prendere i treni al volo, quando mi passano davanti (a volte li rincorro anche!). Tra le competenze acquisite la comunicazione interculturale e non verbale e soprattutto, l’empowerment individuale e di gruppo e in modo specifico l’empowerment della donna. Poi, sempre la mia curiosità, mi ha spinta verso il mondo del mentoring e del coaching: prima come utente e poi come mentor pro bono per un’organizzazione americana che si occupa dell’empowerment della donna intorno al mondo (Aspire Foundation). Con questa organizzazione ho avuto modo di seguire corsi molto ben fatti sul mentorship e sul coaching e soprattutto di relazionarmi con più ragazze e donne in varie parti del mondo (Gran Bretagna, Stati Uniti/California e Uganda) dare loro il supporto e guida richiesta e accompagnarle nel raggiungimento dei loro obiettivi (in un caso, stravolgere completamente la propria vita lavorativa). Questo percorso mi ha molto arricchita e le risposte delle mie mentee (questo è il termine per il cliente della mentorship) mi hanno spinta ad approfondire sempre di più il mondo del coaching. Da qui un corso made in USA (online) per life coach certificato e poi il grande salto. Prima ho associato il coaching alla formazione per dare un supporto ai partecipanti anche dopo la realizzazione della formazione stessa (formula devo dire molto valida tanto che la mantengo anche per i corsi di formazione a livello italiano) e poi con percorsi di Life e Business coaching individualizzati. Questo è il percorso esteriore, chiamiamolo così, cioè quello delle competenze. Come percorso interiore devo dire è sempre un po’ lo stesso ritornello: la curiosità di approcciarmi a mondi nuovi e, anche in questo caso, un mondo che ho sentito veramente nella mia pelle. Insomma, mi sono sentita adatta al coaching il coaching giusto per me. Come nelle storie d’amore più avvincenti, ho capito che eravamo fatti l’uno per l’altra. Per il coaching, però, più che per altri lavori devi essere veramente autentico: non puoi lavorare con un cliente su obiettivi e sull’essere e il trovare se stessi se non lo sei tu in primis. Quindi è stato un percorso interiore molto faticoso nel quale mi sono veramente messa di fronte allo specchio e mi sono liberata da tutti quei fronzoli che annebbiavano o quanto meno in parte nascondevano la mia autenticità.
Far emergere le potenzialità delle persone. In cosa consiste esattamente il tuo lavoro e quali sono le differenze, ad esempio con lo psicologo o lo psicoterapeuta?
Sentiamo sempre più spesso parlare di coach e coaching, ma non sempre il significato e cosa faccia il coach è chiaro. Un coach è un “allenatore”, e come tale il protagonista è l’atleta, il cliente (o coachee se vogliamo usare il termine specifico). Del resto, il coaching nasce appunto nel mondo dello sport (negli anni ’70 dall’istruttore di tennis Timothy Gallwey, considerato il padre del coaching e ideatore dell’Inner Game). Gallwey aveva dato anche una formula:
Prestazione = potenziale – interferenze
Per ottenere il massimo dalla nostra prestazione occorre incrementare il potenziale e ridurre le interferenze (interne ed esterne). E su questo si basa il percorso di coaching. Attraverso tecniche specifiche, si fa chiarezza, si capisce cosa il coachee vuole raggiungere, quali sono le risorse, capacità e competenze, e quindi come potenziarle e valorizzarle. Il lavoro è concentrato e orientato al futuro, sul raggiungimento di obiettivi che possono riguardare vari aspetti della propria vita personale, e professionale.  Non si concentra quindi sul passato, su disagi o traumi legato ad esso. Non è una terapia. Ma parte dal presente, dalle risorse a disposizione e si rivolge al futuro per accompagnare, se vuoi “allenare”. Non è un mago, non ha la bacchetta magica, non trova le soluzioni per il cliente. Non è l’esperto proprio perché è il cliente l’esperto della sua vita, ma supporta il cliente verso una consapevolezza e responsabilità per prendere in mano la sua vita e trovare la sua strada.  Per questo il coaching è una relazione fra coach e coachee, un processo creativo che porta a massimizzare il potenziale di entrambi (anche del coach!).
Mi parli in maniera approfondita del significato della parola Empowerment?
L’empowerment è il processo attraverso il quale il potenziale personale e professionale viene fatto emergere, per raggiungere gli obiettivi personali e di gruppo. Se io aumento il potenziale dell’individuo, aumento il potenziale di tutto il contesto di lavoro che lo circonda (team, termine al quale preferisco l’italiano “squadra”, o società stessa, a livelli di approccio politico). La persona si sente responsabilizzata, acquisisce nuove competenze e può esprimere tutto il suo potenziale, in modo armonico e complementare con gli altri membri della squadra. Così facendo si genera qualità e valore per il singolo e per tutto il gruppo. Devo creare quindi le condizioni per poter potenziare ogni singolo membro della squadra con un programma specifico e tenendo conto delle particolarità e caratteristiche di ognuno.  E solo così si crea una vera e propria squadra, e non un “gruppo di persone che lavorano insieme”.
Ho letto sul tuo sito web che sei curiosa, determinata, autoironica, amante delle sfide. Quali sono state le principali sfide che hai affrontato?
Di sfide nella mia vita personale e professionale ne ho incontrate molte. Alcune me le sono scelte io…altre mi sono cadute in testa in modo improvviso e ben poco indolore. Da qui il dovermi sempre reinventare, il non scoraggiarmi anche di fronte a portoni sbattuti (anche maleducatamente, se posso dire), il rialzarmi dal tappeto per un nuovo round (per una appassionata boxeuse come me, la metafora ci sta tutta). Le sfide maggiori, e più dolorose, sono state nella vita: gli errori commessi con strascichi che ti sconvolgeranno la vita e potrebbero annientarti, se non riesci a farne un’arma per apprezzare ogni singolo momento e dare tutta te stessa in tutto quello che fai, in tutto quello che vivi. Quello che mi ha salvato, e spero continuerà, è sempre stata la mia capacità di vedere il lato ironico di quello che accade e mi accade, in modo da non restare intrappolata in un approccio negativo. In modo spontaneo, anche in situazioni ben poco piacevoli, te lo assicuro, ho fatto un sospiro e … una battuta. Cerco di non smettere mai di ridere per vedere come uscirne con un sorriso.
Raccontami dell’ambito pratico il tuo lavoro. Arriva un cliente che vuole migliorare la propria posizione lavorativa o che magari vuole cambiarla? Come ti muovi? In che modo inizia il tuo processo sulla persona?
Innanzitutto, avviene un primo incontro dove si cerca di capire entrambi se il percorso di coaching può essere utile e cosa vuole raggiungere il cliente. Do molta importanza a questo incontro perché proprio qui si capisce se può crearsi quella relazione di coaching necessaria basata sulla fiducia e sull’empatia e anche se il coaching può essere la soluzione giusta a quello che il cliente sta cercando. Dopo questo incontro presento una proposta di percorso e se il cliente è d’accordo firmiamo il contratto di coaching e soprattutto nel secondo incontro – il primo vero e proprio – si stabiliscono gli obiettivi del percorso. A questi obiettivi si farà sempre riferimento durante tutto il percorso come monitoraggio per vedere se stiamo andando nella direzione giusta o se dobbiamo cambiare qualcosa.  Da qui inizia il percorso dove si andrà a lavorare sui vari aspetti che necessitano attenzione per raggiungere gli obiettivi. A volte il percorso rimane lineare a volte subentrano altre obiettivi o altre necessità e il percorso può avere delle variazioni in corsa.
Ho letto sempre sul tuo sito il percorso di Life Coaching al femminile (per autostima, obiettivi, autenticità e passioni). In cosa consiste esattamente e per cosa si differenzia da quello maschile?
Quando le donne prendono consapevolezza del loro valore, mettono una grande forza ed energia creativa nel gruppo di lavoro. E le mettono a modo loro.
Simone De Beauvoir diceva: “Donne non si nasce, si diventa”. Queste poche parole condensano il concetto di empowerment femminile. Il fatto di essere donna deriva dai presupposti che la società impone al genere e solo svincolandosi da questi si riesce ad ottenere il meglio dalle donne, in posizioni di comando, in ruoli tradizionalmente in mano agli uomini. Le donne non devono sottostare più a scimmiottare gli uomini e il loro stile, bensì trovando un approccio personale che trovi nelle caratteristiche della donna il proprio punto di forza. Con i percorsi per le donne affrontiamo le varie sfere della vita o ambiti del lavoro (leadership, lavoro di squadra e come “reinventarsi”) basandoci proprio sulle peculiarità del percorso ad ostacoli che la donna deve affrontare, ma anche con il linguaggio e il punto di vista più proprio del femminile. Al tempo stesso non dobbiamo creare noi stessi degli stereotipi, in cui le donne si debbano incasellare. Ognuna ha il proprio concetto di carriera e “successo” ed è compito del coach farlo emergere e accompagnare la cliente nel suo raggiungimento.
Trovo interessante i percorsi di Business Coaching per imprenditori e professionisti. Con queste realtà professionali di un certo rilievo come ti confronti? E quali sono in genere le problematiche di queste persone?
Con questi clienti mi confronto esattamente come con gli altri. È solo lo scenario che è diverso. Bill Gates dice “Ognuno ha bisogno di un coach, sia che tu sia un giocatore di basket, tennis, un ginnasta o un giocatore di bridge”. Quindi veramente tutti ne possono aver bisogno, ognuno per il suo mondo, i suoi obiettivi e il suo percorso di vita o lavoro. Come premessa, devo dire che un imprenditore e professionista che si affaccia il percorso di coaching vuole veramente cambiare qualcosa nella sua carriera o nella sua gestione dell’azienda e per questo deve essere pronto a mettersi di fronte allo specchio e fare veramente questi cambiamenti. Il coach non è un consulente, non risolve i problemi per noi. Fare un percorso di coaching – individuale o di team- implica il mettersi in gioco, vedere cosa va cambiato, porsi degli obiettivi e lavorare su di questi – quotidianamente con impegno e anche con fatica- per migliorarsi. Se io ritengo di essere già perfetta o che la mia azienda, il mio team non ha margini di miglioramento, ovvio non mi rivolgo ad un coach. Ma fare un percorso di coaching non è indicato solo nei momenti di crisi, è indicato anche quando le “cose vanno bene”, quindi proprio per evitare di arrivare a punti di rottura e crisi. Non ci dobbiamo mai sentire arrivati, ma sempre migliorabili. L’attività di coaching è adatta a tutti gli ambienti, ma può diventare strategica dove le squadre lavorative non danno il massimo, non c’è una leadership, gli obiettivi non sono chiari né al manager né tantomeno ai membri della squadra, manca la motivazione e la valorizzazione del singolo. Con gli imprenditori lavoro in primis a livello personale perché come si dice “l’azienda è lo specchio dell’imprenditore”, quindi se non è lui/lei in primis a voler migliorare non potrà migliorare senza dubbio tutto il contesto aziendale e poi a livello aziendale, sui team, sui responsabili di settore (quando richiesto o se ne vede la necessità si fa un percorso ad hoc anche con le prime linee). A seconda di quelli che sono gli obiettivi che emergono nei primi colloqui propongo un percorso – sempre suscettibile ovviamente a variazioni in base alle esigenze quello che viene fuori -. Di solito lavoro sulla leadership, la comunicazione efficace e la motivazione del team: di nuovo torna al concetto dell’empowerment, cioè potenziare e valorizzare il singolo per poter avere un lavoro di squadra efficace ed essere quindi più competitivi in un’atmosfera positiva e non stressante. Per i professionisti che non hanno collaboratori lavoro soprattutto sulla leadership e la comunicazione e la gestione del cliente. Le problematiche maggiori devo dire che si riferiscono tutte al campo della comunicazione, che può essere sbagliata, scarsa, inefficiente o addirittura dannosa. Lavorando su una comunicazione assertiva ed empatica si sbloccano molte situazioni che sembravano ingestibili e senza una soluzione. Si riescono spesso a gestire collaboratori che non danno il massimo o che addirittura remano contro il bene dell’azienda: quando si vede che questo non è possibile per varie situazioni si intraprende un percorso di scelte a volte anche dolorose ma necessarie.
Per concludere mi piacerebbe sapere in quale angolo della tua personalità e a seguito di quali circostanze è nato il tuo evidente e palpabile ottimismo nei confronti della vita e delle persone.
Devo dire che la parola ottimismo non mi piace molto perché a volte è un pò offuscata da un alone di ingenuità, una forma di illusione (vedere sempre il bello anche al costo di illudersi). Io sono molto realista a volte disillusa riguardo a situazioni o persone. Ma il fatto di aver vissuto esperienze “negative” o incontrato persone che non mi hanno portato “del bene” l’ho vissuto come una prova con me stessa, per migliorarmi, a prescindere dalle situazioni e dalle persone, che sono diventate in tal modo dei corollari. Soprattutto non ho permesso a circostanze o singoli individui di limitarmi nelle mie esperienze future, di tarparmi le ali. Di scalfire il fatto che io voglia e possa dare fiducia a nuove persone, anche se questa fiducia è stata “massacrata” in precedenti esperienze. Alla base del coaching, e per il coach, c’è il credere fermamente e sinceramente nelle persone. È la motivazione che deve muovere il coach e il percorso: anche il caso più “disperato”, basta trovare il giusto approccio e la giusta angolazione da cui guardare. A volte cambiare il punto di vista aiuta. Forse è questo la base del mio “ottimismo”. Quando in una precedente risposta mi riferivo al percorso interiore verso il coaching, che è stato molto sofferto, mi riferivo proprio a questo. Mi sono chieste “perché voglio fare la coach?” La mia risposta è stata: perché voglio aiutare le persone, perché credo nelle persone e vedo il valore in chi ho di fronte (a volte è più lampante, a volte bisogna scavare…a volte capisco che non è per me e io non sono adatta e preferisco interrompere, se non ci credo sinceramente). Forse la cosa che mi caratterizza di più non è l’ottimismo ma la passione. Passione verso quello che mi circonda e quello che faccio perché ci credo fermamente. Del resto, è proprio la mia vision: “essere un faro, una luce, per le persone” e forse nel mio nome c’era veramente il mio destino. Su come abbia capito la mia vision, qui si apre un altro capitolo che ha a che fare con i Pink Floyd e Virginia Woolf…

 

Il sito web di Lucia Barbieri:

luciabarbieri.com