Carta Vetrata/ “NO, VADO VIA.” Da “Incompiute” raccolta di racconti

di Stefania Origlia
L’odore della moka saturò l’aria della cucina. Mi piaceva molto la mattina restare chiusa in quell’ambiente caldo. Caffe nero, marmellata di arance, latte d’avena. La colazione deve essere dolce per me. Presi gli occhiali perché non ci vedo più da vicino. Dovevo leggere l’etichetta di un pacco di biscotti che avevo scelto, solo perché aveva una confezione troppo attraente per essere lasciato sullo scaffale. Mi piace fare colazione da sola. Se posso scegliere, lo preferisco. Mi accorsi che non erano biscotti ma tortini ai mirtilli. Ed io non amo i frutti di bosco. Yogurt, barrette energetiche, estratti, dentifrici, succhi di frutta. E’ la dittatura dei frutti di bosco. La gente crede si tratti di frutti magici che ci rimettono in connessione con la natura. Sarebbe così se non fossero tutti farciti di sostanze chimiche industriali. Così, nel tempo, avevo sviluppato nei loro confronti una leggera idiosincrasia. Affondai il tortino con una smorfia, avevo fame e, a contatto con il liquido caldo nella tazza, si spappolò letteralmente, macchiando irrimediabilmente il mio cappuccino di viola. Non era iniziata per niente bene. Ero stata sposata una decina di anni. Poi quando mi accorsi che per salutarlo gli davo una pacca sulla spalla, come fanno gli operai di un cantiere, quando si incontrano la mattina prima di iniziare a lavorare, capii che il nostro discorso si era concluso. Per fortuna lo capì anche lui e solo questo fatto mi provocò un moto di orgoglio nel considerare che avevo scelto la persona giusta per me. Ciò non significava però che dovevamo continuare a restare insieme. Quando leggi l’ultima pagina di un libro, il libro si chiude. Puoi anche decidere di ricominciare da capo ma sarà sempre lo stesso libro. Adesso vivo in un appartamento appena fuori città. L’avevo scelto principalmente per la cucina ampia. Lui vive ancora nella nostra casa. Non ha cambiato niente, tranne la disposizione dei mobili del salone. Almeno, questo fino all’ultima volta che sono andata a trovarlo. A volte si pranzava insieme molto serenamente ma con quel pudore che suggerisce di non fare domande troppo indiscrete sulla vita privata, visto che non era più condivisa. Quella mattina, mentre mi lavavo i denti, buttai l’occhio alla sveglia. Dovevo muovermi. Appena in auto, mi accorsi di aver dimenticato il pc portatile. Scesi dalla macchina velocemente, cercando nel frattempo le chiavi, grattando in fondo alla borsa con le unghie. Appena in mano, mi scivolarono per terra prima una e poi due volte. Finalmente aprii la porta e girando come una ossessa per casa, mi accorsi che il pc era sul piano di lavoro della cucina, accanto al pacco dei tortini. A quel punto il mio “tortini di merda!” fu più che giustificato. Arrivai alla riunione trafelata ma con un ritardo accettabilissimo. La ragazza che si occupava del nostro ufficio stampa si voltò e mi sorrise. Le accennai un sorriso svogliato anche io e presi posto dietro di lei. Nel guardare le sue spalle e la sua treccia lunga, bionda, morbida e appena spettinata, non saprei dire a causa di quale sinapsi, pensai che era molto tempo che non uscivo con qualcuno. Qualcuno che mi piacesse davvero. E, immediatamente dopo, mi accorsi che mi sarebbe piaciuto uscire proprio con lei. Il pensiero mi attraversò con una naturalezza che sorprese anche me. Ora, tutto stava nel capire come organizzare una cosa di quel tipo e soprattutto dichiararle il mio intento. Durante la pausa pranzo mi gironzolò intorno poi finalmente prese posto davanti a me. “- Allora? Che ne pensi? -” riferendosi a quanto uscito durante la conferenza. “- Penso che sia tutta una montatura, peraltro montata in modo imbarazzante. Ma non entro nel merito. -” Mi guardò con aria interrogativa, grattandosi la punta del naso. Stava riflettendo su quanto appena pronunciato. “- Quindi dici che è una stronzata? -” incalzò. La guardai. Mi guardò e poi girò lo sguardo verso il bancone del bar. Aveva voglia di dolce. Si alzò e il suo abito di seta lilla pallido a pois bianchi, le ondulò sulle gambe, ad ogni passo. La mensa non era proprio quella dell’Hilton Hotel, infatti tornò piena di mestizia e con uno yogurt ai lamponi in mano. La prima risata della giornata fu per merito suo. “- Mi fanno schifo i frutti di bosco. -” dissi a mo’ di sentenza. Lei rispose cose strampalate, era divertente. Ma di fatto non la stavo più a sentire.
“- Vieni da me, stasera? -“. E, mentre lo dicevo, pensai a quanto era orrenda come richiesta e non mi capacitavo di come avessi potuto partorirla io. Lei mi guardò cercando di decifrarla. Sì, hai capito bene. È esattamente quello che pensi tu. Lei, intelligentemente, cercò di ripassarmi la palla. Doveva avere conferme più incisive. “- Pensi sia una buona idea? -” chiese quasi preoccupata. Mi guardava con gli occhi ben fermi nei miei. “- Lo è per me. Devi dirmelo tu se potrebbe esserlo anche per te -“. Aspettai il suo congedo elegante. Invece disse “- A che ora? -“. La sensazione che provai a quel punto è la stessa che si prova dopo un esame andato alla grande ma per il rotto della cuffia. Da “Non ce la farò mai” a “30 e lode”, per intenderci. La cosa che mi piaceva della ragazza dell’ufficio stampa era che, a dispetto della sua apparenza stereotipata, benché attraente, dimostrava una certa dimestichezza nell’affrontare tutte le cose. Non era di quelle che riuscivi a scandalizzare facilmente. Né infinocchiare senza troppa fatica. Sembrava sempre attenta al momento, all’evento, alla persona che aveva davanti. Prestava attenzione, ecco. Una pratica in disuso in generale ma in special modo tra le donne della sua età. La sera, una volta arrivata a casa, e prima di mettermi a preparare, mi misi nuda davanti allo specchio del bagno e mi accorsi che il tempo non mi aveva devastato e i miei 53 anni avevano la sfacciataggine di sembrare almeno dieci di meno. Meglio così, pensai. Anche se non mi interessava mostrarmi a lei nuda, quanto riuscire a vedere lei, senza vestiti. La cena fu piacevole, lenta. Non eravamo avvezze nessuna delle due a quel tipo di situazione, era evidente. Cercammo di mantenere una conversazione fluida, spigliata. Certo io ero più vecchia, meno elettrizzata e più rilassata di lei. Più convinta, a dirla tutta. E poi ero felice di vederla lì, davanti a me, vestita carina come quando esce con un uomo. Certamente non avrebbe mai considerato il fatto che si sarebbe messa il suo completo intimo preferito color prugna, per uscire con una che aveva dei seni più grandi dei suoi. Ricordo delle lievissime striature, delle smagliature appena nate, intorno ai suoi capezzoli. Come se avesse sviluppato all’improvviso, da ragazzina, e la sua pelle non avesse avuto tempo di allargarsi per tempo. Restò in silenzio appena esauriti tutti gli argomenti spendibili ad una cena e dopo un paio di tentativi imbarazzati di avvicinamento, riuscì a baciarmi per davvero. Fui contenta della sua iniziativa. Rese tutto molto meno meccanico. Aveva il profumo di quei bagnoschiuma per bambini, quelli cipriati con fiori e bacche di ginepro. La leccai a lungo perché era agitata e come un treno a vapore, aveva bisogno di trovare la sua strada e quando le infilai le dita piano ma fino in fondo, la sua voce cambiò, mi guardò con quello sguardo che non è determinato. È quello sguardo che lanciamo tutti, verso chiunque ci stia facendo godere. Apprezzai il fatto che volle ricambiare la cortesia ma era abituata a maneggiare un altro tipo di fisicità. Quindi si prestava volentieri ad ogni mia richiesta, sentendosi però in difetto, nella pratica. Mi infilai a forbice su di lei e sfregandomi prima lenta poi con più vigore, vedevo le sue guance sempre più rosa, la bocca aperta. Così mi guardava. A bocca aperta. Ma non riuscii a pensare al suo di godimento, ero completamente soggiogata dal mio e quando le strinsi i seni mentre finalmente giungevo alla fine della corsa, ingoiando un grido per non far troppo rumore, lei esplose sotto di me in un lamento stridulo, da femmina. Continuai a leccarla per prolungare le sue contrazioni fino a quando non mi scansò dolcemente per girarsi su un fianco, mostrandomi il suo culo bianco, bello come una ceramica. Per il resto continuò ad essere tutto regolare, tra noi. Iniziai a frequentare un avvocato che spesso mi faceva delle improvvisate e che quindi mi capitava di ritrovarmi davanti casa in qualsiasi ora del giorno o della notte. Capitava, quindi, che la ragazza venisse solo un paio di volte a settimana, quando ero certa che sarei rimasta da sola. Facevamo tutto quello che decidevamo di fare, trascinandoci da una stanza all’altra, per interi pomeriggi e poi si beveva una cosa insieme, ma il più delle volte neanche quello. Poi si fidanzò o comunque si accompagnò per un certo periodo, con un uomo più vecchio di lei e, temo, anche più vecchio di me. Ma continuò a venire qui da me, a farsi infilare le cose sotto la gonna. Una volta andai anche io da lei. Le stavo mordevo i seni già in ascensore quando mi disse “- Resta, se vuoi. -” Ma rispondevo sempre di no. Mi piace svegliarmi da sola la mattina. Chiudermi nella cucina, soffocare nell’odore di moka, mangiare solo cose dolci. Ma l’ho già detto questo.