L’angolo Life coach/ Scacchi e relazioni ep. 2: strategie e avversario.

di Lucia Barbieri
Nelle relazioni ci giochiamo il risultato attraverso mosse, a volte strategiche, spesso ribaltate dall’avversarioLa partita, del resto, è in due e non ci sarebbe nessun gusto se l’avversario muovesse i suoi pezzi esattamente come ce lo siamo immaginato.
Vinceremmo la partita, forse. Ma saremmo soddisfatti?
“Il gioco degli scacchi è lo sport più violento che esista.” Garry Kimovič Kasparov
In Scacchi e relazioni ep 1 (scorsa settimana) abbiamo visto i pezzi e le mosse che abbiamo a disposizione, diciamo di corredo, negli scacchi proprio come le risorse che tiriamo fuori, o dovremmo, nella scacchiera delle relazioni. Adesso vediamo meglio come interagire con l’avversario.
Ho già spiegato come anche se userò questo termine per non discostarmi dal gioco, nella vita e nelle relazioni è da intendersi come compagno/a di gioco…. Altrimenti meglio rimanere misantropi e eremiti…
In modo ironico (se non etimologico) comunque chi abbiamo di fronte alla scacchiera e nelle relazioni è sempre un avversario (se ci riferiamo al significato latino adversus = chi abbiamo davanti). Dobbiamo SOLO trovare il modo di farcelo complice e portarlo dalla nostra di parti (o magari incontrarsi nel mezzo alla scacchiera, il che è anche più interessante)!
Negli scacchi muove per primo lo schieramento Bianco. Infatti, viene sorteggiato il colore per non penalizzare nessuno dei due.
Nella vita il sorteggio sta a noi, è nelle nostre mani. Chi inizia, il Bianco, può essere spinto dal carattere più irruento o determinato, o semplicemente dalle contingenze. Non vuol dire che il desiderio di avvicinarsi e conoscere l’altro sia per il Nero inferiore, è solo una questione di dinamiche.
A volte le mosse sono fatte in contemporanea, e qui può succedere di tutto: scintille incontenibili o un totale disastro. Avete presente quando ci si china in due a riprendere un oggetto caduto e, prendendo male le misure, ci si rialza sbattendo le teste in una sonora capocciata? Bene. Il risultato può essere una risata complice o un elenco di invettive lanciate contro l’altro/a con conseguente abbandono del campo e l’altro che rimane lì, con il bernoccolo in testa guardandosi in qua e in là cercando di capire cosa ha sbagliato (il bernoccolo rimarrà l’unica cosa tangibile).
Negli scacchi si inizia di solito muovendo il pedone al centro della scacchiera (d4, e4 per il Bianco), per avere meglio sotto controllo tutto lo scenario e ci si aspetta una mossa analoga dall’avversario, come nelle relazioni si inizia con piccoli passi, cercando di non esporsi troppo e di poter salvaguardarci da mosse inaspettate che ci tolgono l’equilibrio e la sicurezza.
Ma non sempre questo accade (per fortuna, aggiungerei). L’avversario può sorprenderci con una mossa fuori dagli schemi, che ribalta tutta la nostra strategia e obbligandoci ad essere autentici e a nostra volta imprevedibili.
Il pensare o cercare di prevedere cosa dirà o farà l’altro nelle relazioni è, al contrario che negli scacchi, di totale inutilità, se non controproducente. Ci porta fuori strada, ci fa interpretare situazioni, atteggiamenti e parole secondo uno schema che ci siamo creati in mente e che non è mai (MAI!) quello reale.
Mentre negli scacchi avere un’ottima memoria di combinazioni possibili è fondamentale per poter fare le mosse decisive, nella vita non vale. Ogni situazione è diversa, l’avversario diverso, noi stessi lo siamo. Se possiamo ritrovare dei clichè (stesse tipologie di persone, fatti analoghi) dobbiamo usarli come monito e non come copione da seguire.
Il voler prevedere le azioni del nostro “avversario” forse ci crea una base di sicurezza, ci toglie un po’ di paura del lasciarci andare, metterci a nudo. Ma è solo una sicurezza fittizia e apparente. Forse dovremo lavorare più sulla nostra autostima e sulla consapevolezza delle nostre risorse per poter permetterci di essere veramente autentici e imprevedibili e di permettere al nostro avversario di essere e fare altrettanto.
Magari non vinceremo la partita, decideremo entrambi di lasciare il campo, come quando si dà patta negli scacchi: la relazione ha raggiunto uno stallo, non interessa più a nessuno dei due continuare o non ci sono abbastanza elementi per farla continuare (non ci sono abbastanza pezzi sulla scacchiera per poter forzare lo scaccomatto).
Oppure possiamo decidere di tentare con un arrocco (unica mossa che permette di muovere due pezzi contemporaneamente, il Re e una Torre). Si tenta il tutto per tutto per restare in gioco e non far cadere la partita/relazione. Nel precedente articolo paragonavo la Torre ai valori che ci spingono e ci sorreggono: a volte dobbiamo tirarli in ballo in modo evidente per aiutarci nel percorso e proteggerci da attacchi indesiderati e soprattutto perseguire il nostro obiettivo.
Ma non dobbiamo dimenticarci che l’obiettivo del gioco degli scacchi è dare scaccomatto al Re avversario. E nelle nostre relazioni è arrivare al Re (o Regina) e farlo capitolare, concedetemi il termine. Ma la nostra non è né vuole essere una minaccia né un ultimatum.
Vuole essere un invito. E se il Re non lo accetterà, poco male, si inizierà una nuova partita con un altro giocatore.
Se invece il Re accetterà l’invito, allora la nuova partita comincerà con lui.
 “Nella vita accade come nel gioco degli scacchi: noi abbozziamo un piano, ma esso è condizionato da ciò che si compiacerà di fare nel gioco degli scacchi l’avversario, nella vita il destino.” Arthur Schopenhauer
Lucia Barbieri life coach & trainer
www.luciabarbieri.com