Coronavirus, scontro aperto tra Usa e Cina sull’origine della pandemia. Pechino dice no all’inchiesta di Biden

I laboratori di Wuhan messi sotto accusa dagli Usa
L’origine del Covid-19 e le questioni di Hong Kong e Taiwan riportano la Cina sotto i riflettori. Pechino ha respinto la richiesta del presidente Usa, Joe Biden, di un’inchiesta dell’intelligence statunitense sull’origine della pandemia, criticando la “storia oscura” dei servizi segreti americani. Per Washington non c’è sufficiente chiarezza sull’origine del coronavirus e la Cina deve rispondere a “domande specifiche”, ha detto Biden, che ha chiesto ai partner internazionali di esercitare pressioni su Pechino per una “piena e trasparente indagine internazionale basata su prove”. Pechino, invece, ha accusato Washington di volere “usare l’epidemia per lo stigma, la manipolazione politica e la calunnia” e di non avere rispetto della scienza. Il portavoce del ministero degli Esteri, Zhao Lijian, ha poi difeso l’indagine degli esperti dell’Organizzazione mondiale della sanità che nelle prime settimane del 2021 si erano recati a Wuhan per le indagini e secondo cui era “estremamente improbabile” l’ipotesi della fuoriuscita del virus da un laboratorio della città. La polemica sull’origine del virus monta da giorni, dopo che il Wall Street Journal, citando un rapporto di intelligence, ha rivelato che tre scienziati di Wuhan si erano ammalati già nel novembre 2019, con sintomi riconducibili alla malattia che si sarebbe chiamata in seguito Covid-19. Pechino ha smentito e definito “completamente falsa” la notizia del quotidiano finanziario Usa e la stampa cinese si è scagliata anche contro i dubbi avanzati dal massimo esperto statunitense di malattie infettive, Anthony Fauci, che si è detto non del tutto convinto dell’origine del Covid-19, chiedendo maggiori indagini. La chiusura netta di Pechino alla proposta di Biden si accompagna, nelle stesse ore, ad altri due capitoli del giro di vite su Hong Kong, dove oggi la polizia ha vietato per il secondo anno consecutivo, e sempre con motivazioni di carattere sanitario, la veglia annuale di commemorazione per la vittime della strage di piazza Tiananmen del 4 giugno 1989, l’unica a tenersi su suolo cinese fino al 2019. Il mini-Parlamento della città, inoltre, ha approvato con quaranta voti favorevoli e solo due contrari – in assenza di parlamentari di opposizione – la riforma del sistema elettorale della città, che riserva le cariche governative ai soli “patrioti” e marginalizzerà le voci democratiche. La leader, Carrie Lam, ha ringraziato il Consiglio legislativo per l’approvazione della legge, avvenuta in soli due mesi dopo il via libera di Pechino, e ha puntato il dito contro “alcuni politici e media stranieri” che la hanno criticata. A Taiwan, nel pieno della crisi sanitaria per il Covid-19, invece, la presidente dell’isola, Tsai Ing-wen, ha puntato il dito direttamente contro la Cina, accusandola di aver bloccato l’accordo in dirittura d’arrivo con BioNTech, per la fornitura di vaccini contro il Covid-19. L’azienda tedesca avrebbe chiesto modifiche al comunicato stampa già pronto nel quale Taiwan veniva indicato come un “Paese”, e avrebbe successivamente sollevato problemi riguardanti la distribuzione, secondo quanto spiegato oggi dal ministro della Sanità di Taipei, Chen Shih-chung.