M5S, tensioni interne dopo l’elezione dei cinque vice di Giuseppe Conte

Il leader M5S, Giuseppe Conte
Nel day after della riunione in cui Giuseppe Conte ha comunicato ai parlamentari pentastellati i nomi dei suoi cinque vice, a parlare sono stati solo i diretti interessati o le persone più vicine all’ex-premier. Mario Turco, uno dei nominati, ha citato il leader parlando di “momento della semina e dell’ascolto, in modo da essere ancora più incisivi nel dare soluzioni ai problemi dei cittadini”, mentre Riccardo Ricciardi ha ringraziato, con “orgoglio e grande responsabilità”, “l’uomo che ha tenuto insieme un Paese nel suo momento più tragico e che ha permesso all’Italia di ripartire con l’enorme lavoro fatto in Europa”. Più politico, invece, l’intervento dell’altra neo-vice Paola Taverna, che ha sottolineato soddisfatta le parole tranchant di Conte sul no a ogni possibilità di accordo con Renzi e Calenda, rivendicando al Movimento di andare “avanti per la propria strada”. Le tossine accumulate negli ultimi giorni, dopo le polemiche che hanno accompagnato le scelte del leader e il tentativo – rintuzzato – di azzerare il vertice dei gruppi parlamentari, non sono tuttavia destinate a svanire in breve tempo. Al contrario, a giudicare da come alcuni settori dello zoccolo duro di M5s ha accolto l’esito delle nomine, l’impressione è che la faglia che sta attraversando il mondo a Cinque Stelle sia anche più profonda. Molto è stato detto sul malcontento che la cinquina di vice scelta da Conte giovedi’ ha ingenerato in chi si aspettava una squadra più inclusiva rispetto alle varie anime del movimento e anche rispetto alle provenienze geografiche (nessun eletto del Nord è stato nominato), con una parte dei parlamentari presenti alla riunione che hanno palesemente abbandonato la stessa in segno di disaccordo sia per il metodo che il merito delle scelte fatte da Conte.  Il malumore nei confronti del “metodo Conte”, però, non si limiterebbe solo a una parte dell’èlite pentastellata rappresentata dagli eletti in Parlamento, ma sarebbe ben presente anche in una parte consistente degli attivisti. Se è vero infatti che elettori e militanti grillini si siano ridotti consistentemente nell’ultimo periodo, è altrettanto vero che in molte realtà del Centro-Sud M5s può ancora contare su numeri importanti. Il post-elezioni, infatti, sta portando a un duro confronto anche nella base, e non solo – come sta già accadendo – nei vertici. Sul web, per esempio, una parte degli attivisti (soprattutto romani ma anche di altre aree del Paese) si è data appuntamento ieri su Zoom per commentare in tempo reale gli esiti della riunione di Montecitorio, finendo per contestarne premesse svolgimento e conclusioni. Palpabile è infatti l’irritazione degli “ortodossi” (ma non solo) che hanno scelto di restare ancora nel Movimento, nel rilevare come le scelte importanti relative al gruppo dirigente non vengano più loro proposte per essere discusse, ma in realtà vengano solo fatte ratificare. Un problema che era platealmente venuto fuori col contrasto tra Conte e Beppe Grillo al momento della redazione del nuovo Statuto, sanato con un compromesso tra le due anime del movimento e sopito dal comune impegno per le Amministrative. Ora che le urne hanno dato il loro (magro) responso, sulle chat e sui gruppi Fb degli attivisti o dei simpatizzanti è arrivato il momento del free-speach, e molti cominciano a guardare a una data vicina come a un possibile nuovo inizio. Si tratta del 30 ottobre, giorno in cui Alessandro Di Battista, con l’inizio da Siena di un mini-tour che proseguirà a Genova il giorno seguente, tornerà nell’arena politica vera e propria, dopo mesi da battitore libero.