Berlino, 32 anni fa il crollo del Muro della vergogna e l’inizio della fine del comunismo

“Da stasera la frontiera è aperta”. Con questo annuncio fatto dal leader del partito comunista berlinese, Gunter Schabowsky il 9 novembre 1989 si dà il via allo smantellamento del Muro di Berlino, il principale simbolo della Guerra fredda, fatto costruire nel 1961 dal regime di Walter Ulbricht. L’iconografia scolpita nei ricordi è quella dei giovani che si arrampicano tirandosi su a vicenda, dei picconi che sollevano polvere dalla granitica e affollata sommità della barriera, dei martelli dei primissimi “Mauerspechte”, i “picchi del Muro”, e degli idranti a cui rispondono ombrelli irridenti alzati in segno di sfida a un regime ormai agonizzante: in tre giorni, due milioni di persone passano il confine sancendo la fine di un’epoca segnata dalla Guerra Fredda e dalla contrapposizione tra le due superpotenze egemoni sulla scena mondiale: Stati Uniti e Unione Sovietica. La verità, racconta la storia, è che il muro cadde quando nessuno se l’aspettava anche se in qualche modo era stato preannunciato dalle fughe estive di tedeschi orientali attraverso Ungheria e Cecoslovacchia e dalle dimissioni, il 18 ottobre, del leader della Ddr, Erich Honecker, che ancora a gennaio aveva preconizzato vanamente altri “cento anni di Muro”. Accadde che dopo diverse settimane di disordini pubblici, il Governo della Germania Est annunciò che le visite in Germania e Berlino Ovest sarebbero state permesse. In una conferenza stampa il portavoce del governo della Ddr, Guenter Schabowski, incalzato dall’allora corrispondente dell’Ansa a Berlino est, Riccardo Ehrman, annunciò, per un malinteso, la modifica con effetto “immediato” delle “norme per i viaggi all’estero”. La diretta tv che inquadrava Ehrman seduto ai piedi del tavolone da cui parlava Schabowski spinse decine di migliaia di berlinesi dell’est verso i posti di frontiera fra le due parti della città. Le guardie, colte di sorpresa da un afflusso così massiccio, chiesero ordini su come comportarsi, ma comunque alzarono le sbarre bianche e rosse permettendo a tutti di passare senza controlli: una resistenza senza equipaggiamenti anti-sommossa, del resto, era tecnicamente impossibile o sanguinosamente inutile. All’inizio ci fu stupore e incredulità per la beffa ai Vopos, gli agenti della Polizia del popolo che per quasi 30 anni avevano sparato contro chiunque tentasse di scavalcare il Muro e che si erano resi responsabili più o meno direttamente della morte di almeno 140 fuggiaschi solo a Berlino. Poi, per tutta la notte, ci fu solo la grande festa di un popolo riunito. Per 28 anni questa barriera di cemento armato lunga 155 chilometri aveva diviso fisicamente la capitale tedesca in due parti: la Berlino Est, controllata dall’Unione Sovietica e la Berlino Ovest, zona di occupazione americana, britannica e francese. La costruzione era iniziata nella notte tra il 12 e il 13 agosto 1961 per bloccare il flusso di cittadini che dall’est emigravano verso ovest, in cerca di condizioni di vita migliori. Inizialmente costituito da pali e filo spinato, negli anni successivi il muro era stato ampliato e reso sempre più impenetrabile. Due lunghe file di blocchi prefabbricati di cemento armato alti 3 metri correvano parallele lungo il confine, controllate da torrette e posti di blocco. Nel mezzo, una lingua di terra nota come “la striscia della morte”, presidiata da cecchini. Si stima che oltre duecento persone siano state uccise dalle guardie mentre provavano a fuggire verso Berlino Ovest. In cinquemila circa riuscirono a varcare il confine, utilizzando diversi stratagemmi tra cui bagagliai con il doppio fondo e tunnel scavati al di sotto del muro. La caduta del muro di Berlino aprì la strada per la riunificazione tedesca che fu formalmente conclusa il 3 ottobre 1990.