Cantone: I giudici devono giudicare sulla base dei fatti

Il giornalista Abbate a Quarto Grado: “Mi sento deluso, amareggiato…”

Cantone: I giudici devono giudicare sulla base dei fatti

Caso Vannini: ancora lungo il percorso per una giustizia giusta. Sotto accusa la sentenza di secondo grado, in un processo basato su indagini sommarie e un’approssimativa ricostruzione dei fatti.

Summum jus, summa iniuria

 

 

di Alberto Sava

A sei giorni dal pronunciamento della Corte d’appello di Roma, la sentenza di secondo grado per l’omicidio Vannini continua a creare scalpore in tutto il Paese. Durante la trasmissione, speciale trasmessa da Cerveteri, di Quarto Grado il giornalista Carmelo Abbate ha testualmente detto: ”Una giustizia contro i cittadini”. “Mi sento amareggiato, deluso, schifato, sconfitto. È una giustizia di merda e questo Paese mi deve consentire di dire che è una giustizia di merda”. A parlare è il giornalista Carmelo Abbate, a Quarto Grado durante la puntata speciale dedicata a Marco Vannini. Abbate ha puntato i riflettori sul dolo eventuale. “Se tu spari a una persona, qual è la conseguenza? Che viva o che muoia? Che muoia! Quindi – ha detto – se la vuoi salvare attivi subito i soccorsi altrimenti vuoi che muoia”. E a casa Ciontoli, quella notte accade qualcosa. “Chiamano una prima volta e mettono giù il telefono evidentemente perché non hanno coscienza della gravità della situazione”. Ma le cose stanno veramente come dice Abbate: la giustizia è contro i cittadini? Premesso che nel nostro ordinamento si fa strada il concetto che un diaframma normativo troppo sottile corre sul filo tra il dolo eventuale e colpa, riprendiamo alcuni concetti espressi da Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, in merito alla vicenda dell’omicidio Vannini. Cantone spiega come la Corte d’appello avesse ridotto la pena da 14 a 5 anni per Antonio Ciontoli derubricando il reato da omicidio volontario a omicidio colposo. Il magistrato è entrato nel merito della vicenda. “Anche io da cittadino – ha detto Cantone – ho l’impressione di una giustizia che sembra non funzionare perfettamente, però i giudici devono giudicare sulla base degli atti e io sarei molto preoccupato se i giudici si facessero influenzare dall’opinione pubblica. Ricordo che fino a meno di 100 anni fa la gente assisteva alle esecuzioni in piazza battendo le mani. Non è l’opinione pubblica che deve muoversi. Per cui io sarei molto attento a dare giudizi senza leggere gli atti”. “Certo – ha continuato Cantone – la vicenda, per come l’ho letta sui giornali, è una vicenda gravissima per cui fra l’altro questo ragazzo sarebbe stato salvato se ci fosse stato un intervento postumo, invece c’è stata una copertura da parte di tutti. Poi il processo non è ancora finito, la Pubblica Accusa potrà fare ricorso in Cassazione. Ci sono anche dei tempi e dei modi della giustizia”. Oggi si parla molto e solo della sentenza della Corte d’Appello, e ostinatamente non si parla della fase delle indagini condotte in maniera approssimativa, del mancato sequestro del teatro della tragedia, della mai ricostruita dinamica dei fatti aldilà di ogni ragionevole dubbio, e la possibilità dei cinque attori di questa vicenda di poter restare sempre tutti insieme e comunicare indisturbati tra loro. Fino ad oggi, è sulla base di questi fatti che si è sviluppato il percorso processuale e la rabbia di mamma Marina, di Abbate e della gente è nel sentire comune che quella sera di maggio del 2015 in cui è morto Marco, in quella villetta di Ladispoli le cose siano andate in maniera ben diversa da come sarebbe stato dimostrato nelle aule processuali. Ritornando a far coincidere gli interessi della legge e quelli della giustizia si potrà arrivare alla verità per una giustizia giusta! Per ora, come dicevano i giuristi latini, summum ius, summa iniuria, sottolineando come l’applicazione pedissequa della norma spesso genera una insopportabile ingiustizia.