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mercoledì, Luglio 24, 2024

Pd, ecco perchè Luca Lotti non ha seguito Matteo Renzi in “Italia Viva”

“Alla fine di una complessa settimana per la politica italiana e dopo la formazione dei nuovi gruppi parlamentari di Italia Viva, credo sia giusto e doveroso per me spiegare le ragioni della mia convinta scelta di rimanere nel Partito democratico”. Luca Lotti, renziano doc, già ministro dello Sport nel governo Gentiloni, scrive una lettera a Il Foglio per spiegare non ha seguito Matteo Renzi in Italia viva ed è rimasto nel partito di Nicola Zingaretti. “Il frazionismo – scrive – mina la credibilità in politica”, che è invece “una palestra di vita”, “forse la più spietata, senza dubbio la più bella”. Siamo di fronte “al conflitto finale – già in atto – tra i fautori del ritorno a una società chiusa (il nazionalismo esasperato e il sovranismo) e chi invece immagina il futuro prossimo come una società aperta e inclusiva”, analizza l’ex ministro nel suo scritto, e pertanto oggi la sfida “si gioca tra il populismo e il riformismo, nella consapevolezza che la parte più difficile tocca a chi ritiene che le giuste istanze popolari cui la politica deve dare risposte debbano necessariamente fare i conti col principio di realtà”. E dare queste risposte “è il compito, appunto, dei riformisti”. “In Italia, in questo momento storico – seguita l’ex titolare dello Sport italiano – per me la casa dei riformisti non può essere che il Pd” che Lotti definisce “l’unica forza davvero democraticamente contendibile”, in cui fin dalla sua nascita “si confrontano idee diverse ma sempre compatibili nella visione di un progetto comune”. Lotti che rivendica di aver “condiviso tutta l’esperienza renziana” scrive che il Pd “non è mai stato un partito personale, e anche un leader carismatico come Matteo Renzi” anche per chi come lui lo ha sempre sostenuto, fino a “dopo la sconfitta elettorale del 4 marzo”. Dentro Palazzo Chigi c’è stata “una straordinaria stagione politica che ha dato una scossa benefica a una sinistra rimasta troppo ancorata a vecchi schemi novecenteschi, a fronte di un centrodestra che la leadership di Berlusconi aveva saputo riunificare in nome di una modernità spesso apparente ma sicuramente attrattiva”. Dunque Lotti resta nel Pd, non solo perché “questa è la mia casa” ma anche “ma anche per difendere e non disperdere la nostra storia, per dire con orgoglio che questi anni non possono ridursi al fallimento del 4 marzo, ma che il nostro “turbo-riformismo” ha prodotto tante leggi che hanno reso l’Italia più moderna, efficiente e giusta grazie alle unioni civili, al “Dopo di noi”, alla riforma del processo civile, al Jobs Act, all’Industria 4.0; e potrei citarne molte altre”.
Tutte scelte atti “condivise” senza “rinnegarne nemmeno una” compresa la scelta “di parire a un governo con i Cinque Stelle”. “Il luogo politico di un’autentica componente riformista è solo il Partito democratico”, scrive. Resto nel Pd e non sono “come il cavallo di Troia”, afferma, nonostante le fantasticherie dei giornalisti o le leggende letterarie.
E Lotti subito dopo si chiede “che senso abbia avuto far nascere il nuovo governo e subito dopo uscire dal partito”, tanto da vedere in quest’atto “un vecchio vizio della sinistra italiana affacciarsi pericolosamente, un frazionismo nel nostro campo politico che ne mina la credibilità”, per poi osservare: “E se l’uscita di Renzi è stato un regolamento di conti per rispondere all’improvvido fuoco amico che fece fallire la riforma costituzionale, allora è stata una risposta tardiva, ma non spetta a me fare queste valutazioni”.
Redazione
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