Omicidio di Pamela Mastropietro, l’assassino (condannato all’ergastolo) lavò i resti della ragazza per inquinare le prove

Innocent Oseghale, condannato all’ergastolo il 29 maggio scorso con l’accusa di aver violentato, ucciso e fatto a pezzi il cadavere di Pamela Mastropietro, ha poi lavato i resti della ragazza con la varechina per inquinare “la prova omicidiaria”. Lo sostiene la Corte di Assise di Macerata in un passaggio delle motivazioni della sentenza di condanna all’ergastolo, con 18 mesi di isolamento diurno, nei confronti del nigeriano. I resti della ragazza romana, allontanatasi da una comunità di Corridonia, furono ritrovati in due trolley vicino Macerata. “Ritiene questa Corte sottolineare, con particolare enfasi, la condotta di Oseghale” che, “dopo aver accoltellato la ragazza ancora in vita, provvedeva non soltanto al depezzamento e alla dissezione del corpo, ma attendeva all’accurato lavaggio di tutti i resti con la varichina, cospargendo con l’ipoclorito di sodio anche i genitali e le labbra di Pamela – sottolinea la Corte in un passaggio – attività funzionale ad un inquinamento della prova omicidiaria e che non può certo trovare giustificazione nel fatto che l’imputato si sentisse, per così dire, infastidito dall’odore proveniente dai resti dopo aver brutalmente sezionato il cadavere con chirurgica precisione”. E “non esiste nessun ragionevole dubbio: le conclusioni cui pervenivano i consulenti delle accuse pubblica e privata, cementate dalla condotta dell’imputato, ispirata da finalità probatoriamente inquinanti, sono suffragate dai risultati delle indagini tossicologiche e sui resti cadaverici. Esclusa ragionevolmente la morte per overdose – si legge ancora -, questa deve essere ascritta alle due coltellate vibrate dall’imputato allorché Pamela era ancora in vita”. “La tesi dell’accusa è suffragata inoltre dalle plurime versioni rese da Oseghale circa lo svolgimento dei fatti, contraddittorie e di volta in volta adattate alle esigenze difensive e agli sviluppi investigativi, denotanti le inquietanti capacità mimetiche e simulatrici dell’imputato” sottolinea ancora la Corte di Assise di Macerata, presieduta da Roberto Evangelisti. Nelle motivazioni si ripercorrono le dichiarazioni rese nel tempo dall’imputato, riguardo al giorno della morte di Pamela: la Corte non può sottacere “il significato delle dichiarazioni dell’imputato, sistematicamente volte a sottrarsi all’accertamento della verità”.