Cinema, Clint Eastwood spegne 90 candeline: l’ultimo erede della grande tradizione ‘fordiana’ del cinema statunitense

Clint Eastwood
Clint Eastwood, l’ultimo “leone” del cinema americano compie 90 anni: 65 anni di carriera come attore e 48 come regista. Ha vinto 5 quattro premi Oscar, tra cui uno alla carriera. Oltre che cineasta e produttore è anche un valente pianista jazz. L’ultimo film diretto da Clint, sul set a 89 anni, è uscito lo scorso dicembre: “Richard Jewell”. E’ la storia (vera) di una guardia di sicurezza della AT&T, che scongiura l’esplosione di una bomba alle Olimpiadi del 1996, ma viene ingiustamente sospettata dall’FBI e perseguitata dai media. Nel cast, Paul Walter Hauser, al suo primo ruolo da protagonista, e Kathy Bates che per la sua interpretazione ha ricevuto la candidatura agli Oscar e ai Golden Globes. Clint Eastwood di anni ne compie 90 e non ha annunciato nessun ritiro: “Spesso mi chiedono perché non vado in pensione. Sono una persona curiosa, da sempre, mi piace scoprire cose nuove, espandere gli orizzonti“. La pensa così e adesso ha pure il vantaggio, sono sempre parole sue, “di poter scegliere i ruoli che gli piacciono davvero”. Nato a San Francisco nel 1930, deve la sua fama agli spaghetti western. La “trilogia del dollaro” lo ha consegnato alla storia. Quando lo sceglie, prima “Per un pugno di dollari”(1964), poi “Per qualche dollaro in più” (1965) e “Il buono, il brutto, il cattivo” (1966), Sergio Leone cerca una maschera più che un attore ed Eastwood, disse il grande regista, “a quell’epoca aveva solo due espressioni: con il cappello e senza cappello”. Quando Clint accetta di partire per l’Italia, dopo una trattativa serrata con la Cbs che non voleva lasciarlo andare (era il protagonista della serie “Gli uomini della prateria”), lo fa perché ha riconosciuto nella trama di “Per un pugno di dollari” i film di Kurosawa cui pure Hollywood aveva reso omaggio con “I magnifici sette”. Per caratterizzare il personaggio dell’Uomo senza Nome, Leone gli impone un cappello e un sigaro toscano: una sofferenza continua per lui che detesta il fumo. Ma da quell’iconico personaggio nasce la sua fortuna e un cliché inedito nella storia del western. Eastwood torna in patria senza sapere degli alti incassi della pellicola ed è persino sorpreso quando Leone lo richiama l’anno dopo sul set di “Per qualche dollaro in più”. “Il buono il brutto il cattivo” è un successo internazionale, ma i tre film approdano a Hollywood solo dopo il 1967. Al western Clint Eastwood sarebbe tornato più e più volte, sia come attore (“Impiccalo più in alto”) che come regista (“Il cavaliere pallido”), fino all’epopea de “Gli spietati”.
Il 1968 segna un’altra svolta nella sua carriera: incontra Don Siegel sul set de “L’uomo dalla cravatta di cuoio”, western metropolitano e violento. Conserva il cappello (da texano questa volta) e il carattere chiuso e ruvido che si porterà dietro anche nella serie dell’Ispettore Callaghan, quando interpreta il duro “Dirty Harry” (1971) che pronuncia la frase diventata di culto: “Go ahead, make my day” (tradotta nella versione italiana in “Coraggio… fatti ammazzare). Sono gli anni ’70, quelli che segnano anche il suo debutto come regista in “Brivido nella notte” (1971) e la nascita della sua compagnia di produzione Malpaso, presto nota per la capacità di ridurre i costi inutili degli Studios. Al tempo dell’Ispettore Callaghan sia lui che Siegel erano stati accusati di fascismo ed eccessiva violenza nella rappresentazione della polizia, nel 1979 i due si prendono la rivincita con “Fuga da Alcatraz”. Ormai Clint Eastwood incarna l’eroe senza macchia in un mondo corrotto, che tanto piace al pubblico americano.  La svolta “d’autore” nella carriera da regista avviene con l’intimista “Honkytonk man” del 1982, film quasi dimenticato nella sua filmografia ma che in realtà è un punto di svolta. Ambientato negli anni della Grande Depressione, è la sofferta storia di un musicista country malato di tubercolosi che si mette in viaggio con la nipote per fare un’audizione a Nashville. E’ un road movie toccante, il suo primo film “fordiano”: ovvero storie semplici di persone comune che cercano di cambiare la propria vita. Altra pellicola d’autore di Eastwood è il raffinato omaggio al genio e sregolatezza di Charlie Parker in “Bird” (1988), film molto amato in Europa con un eccezionale Forest Whitaker. Nel 1993 con “Gli spietati” arriva anche la gloria dell’Oscar con due statuette e un diluvio di nomination. Due anni dopo è la volta dell’Oscar alla carriera e poi altri due tra “Mystic River”(2003) e “Million Dollar Baby” (2004). Con “Gran Torino” (2008) diventa il “nuovo John Ford”, cui lo lega una certa malinconia di un tempo che trascorre inesorabile, la scelta di personaggi tormentati, afflitti da colpe da espiare e in cerca di redenzione, ma soprattutto la passione per un cinema “artigianale”: pochi movimenti di macchina, grande attenzione agli attori, profondità di campo, senso dello spazio, piglio epico che tende all’elegia.
Più volte Eastwood ha dichiarato di voler scomparire dai suoi film come attore e poi si è smentito nel recente “The Mule” (2018), la storia vera di un veterano della seconda guerra mondiale che divenne un corriere per il cartello di Sinaloa, che segna il suo ritorno come attore dopo “Di nuovo in gioco” del 2012, e la sua ultima esperienza nella doppia veste di regista e attore dopo Gran Torino. L’ultimo Eastwood è quello delle biografie, delle storie vere, dei personaggi reali, eroi del quotidiano portati sul grande schermo: da “American sniper” (2014) a “Sully” (2016) e ora Richard Jewell, girato a 89 anni, in fondo non è mai troppo tardi per “espandere gli orizzonti e scoprire cose nuove” perché come fa dire Clint, il silenzioso, il tormentato, l’ironico Uomo senza Nome a Earl Stone, il suo ultimo grande personaggio interpretato in The Mule, “solo il tempo non si può comprare”. Da ricordare il toccante ed estremamente realistico “Ore 15 e 17″, Attacco al treno” (uscito nel febbraio 2018), in cui Eastwood racconta con toni asciutti la drammatica vicenda dello sventato attentato terroristico sul treno della linea Amsterdam-Pagini avvenuto il 21 agosto del 2015. Il cineasta sceglie di impiegare gli stessi militari statunitensi che miracolosamente riuscirono a bloccare il terrorista marocchino armato di un Ak-47 con ben 300 proiettili. Clint Eastwood elimina ogni retorica tipica del cinema di Hollywood per narrare un vero “atto di eroismo civile” fatto da tre semplici ragazzi che stavano facendo delle vacanze in Europa.