Vermicino, quarant’anni fa il martirio del piccolo Alfredo Rampi: l’Italia si fermò invano per tre giorni

Il piccolo Alfredino Rampi morto in un pozzo artesiano nel giugno del 1981
«Volevamo vedere un fatto di vita, e abbiamo visto un fatto di morte. Ci siamo arresi, abbiamo continuato fino all’ultimo. Ci domanderemo a lungo prossimamente a cosa è servito tutto questo, che cosa abbiamo voluto dimenticare, che cosa ci dovremmo ricordare, che cosa dovremo amare, che cosa dobbiamo odiare. È stata la registrazione di una sconfitta, purtroppo: 60 ore di lotta invano per Alfredo Rampi.»

Giancarlo Santalmassi, Tg2

Esattamente 40 anni fa, il 10 giugno 1981 iniziava la tragedia del piccolo Alfredo Rampi, 6 anni a Vermicino alle porte di Roma. Quel tragico giorno il bambino cadde in un pozzo artesiano. L’Italia si fermò per quasi tre gioni, sino alla conclusione del ‘dramma collettivo’. Torniamo indietro di quattro decenni. È fine maggio. Andrea e Teresa festeggiano, in una trattoria di campagna, il decimo compleanno di Marco e Aurora, i loro gemelli. È un pomeriggio di giochi all’aperto, quando Marco si ferisce cadendo su una recinzione. “Stai qua con me,” sussurra all’orecchio del padre corso ad abbracciarlo. Poche parole che hanno la forza di riportare bruscamente alla memoria di Andrea la vicenda di quell’altro bambino, caduto in un pozzo a sei anni, nel 1981. Sono passati quarant’anni esatti da quel 13 giugno, quando Alfredino Rampi morì in fondo a un tunnel nero. Quarant’anni da quando il Presidente Sandro Pertini volle andare lui stesso sul posto, quasi non fosse possibile credere a una tragedia simile. Quarant’anni da quando tutta l’Italia rimase bloccata e ammutolita davanti alla tv, a scandire impotente le ore e i tentativi falliti per salvare quel bimbo dal pozzo artesiano in cui era precipitato. Quarant’anni dopo la tragedia di Vermicino è rimasta indelebile nella memoria di chi la seguì. Scuote ricordi e coscienze, ispirando documentari, reportage, la nuova serie Sky con Anna Foglietta nei panni della mamma di Alfredino, Franca Rampi (il 21 e 28 giugno su Sky Cinema), scritti e romanzi. “Alfredino, laggiù”, ultimo libro di Enrico Ianniello, attore, regista e traduttore oltre che scrittore (il grande pubblico delle fiction lo conosce come il dottor Bruno Modo de Il Commissario Ricciardi o il commissario Nappi di Un passo dal cielo), in uscita il 10 giugno per Feltrinelli. Dopo aver vinto, tra gli altri, il premio Campiello Opera prima, il John Fante, il premio Cuneo e il premio Selezione Bancarella per il suo romanzo d’esordio “La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin” (Feltrinelli, 2015), e dopo i successivi “Appocundría” e “La Compagnia delle Illusioni” (premio Chianti e premio Letteraria), ora Ianniello torna con una storia di commovente dolcezza all’incidente che sconvolse l’Italia segnando, per molti aspetti, una cesura dopo la quale nulla è più stato come prima. “Ho 50 anni, quando Alfredino morì ne avevo dieci – racconta lo scrittore all’Ansa nel pieno delle prove della Filumena Marturano in spagnolo, che porterà a teatro a Barcellona – Per me e tutta una generazione quella tragedia segnò la fine dell’infanzia. E accadde tutto in tre giorni, con le finestre aperte per il caldo di giugno e le tv che diffondevano la telecronaca nei cortili e nelle strade come fossero gli Europei di calcio. L’idea era ripescare la figura di quel bambino, del quale in realtà noi non abbiamo visto nulla, solo un buco nero, qualche voce, il buio. E chiedere proprio a lui di aiutarmi a recuperare l’innocenza che avevo al tempo”. Così, nel romanzo il suo Andrea, spenta la luce del comodino dopo una giornata difficile, si ritrova pronto, imbragato, per andare a salvare Alfredino, “laggiù” (o lassù). Nel farlo ritrova tanti personaggi legati alla propria vita: dalla giovane organista di cui era stato innamorato al punk di paese dallo sguardo sognante, il comico ipnotista e malinconico che ricorda Gigi Proietti e la squadra di calcio dell’oratorio. Come un moderno Virgilio, Alfredino lo conduce tra deserti notturni, parchi neoclassici, vulcani ricoperti di neve e stradine di periferia dai profumi mediorientali, in un viaggio nell’Io di quel ragazzo ormai cresciuto. “La tragedia di Vermicino fu un enorme spartiacque anche per la nostra tv. – prosegue Ianniello – Nacque la tv del dolore che ci ha trasformato in terribili voyeur, capaci di assistere a storie come questa senza sentimenti, ne’ compassione, sgranocchiando pop corn sul divano. In catalano esiste un modo di dire: la rosa e la spina, devi amarle entrambe. Vuol dire che bisogna trovare un equilibrio tra le due parti, tra il racconto e il sentimento. L’innocenza? Io penso che sì, sia possibile ritrovarla. L’Andrea del libro condivide molto con me, a partire dall’età e dal ricordo di quel che accadde. E cercando di salvare Alfredino ritroverà epoche e personaggi che credeva perduti. A dimostrare che se scavi dentro di te, si può ritrovare anche quel bambino che eri”.