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lunedì, Maggio 27, 2024

Vertice di Reykjavik, Meloni e Macron, visti insieme : “Grande cordialità” 

Clima di “grande cordialità” tra Emmanuel Macron e Giorgia Meloni durante il vertice del Consiglio d’Europa a Reykjavik, in Islanda. Lo si apprende da fonti italiane, secondo cui il presidente francese ha salutato il presidente del Consiglio prima dell’avvio del summit. Le parole di Macron sembrano confermare i segnali di disgelo: “L’Italia non può essere lasciata sola davanti alla pressione dei flussi migratori. Con Giorgia Meloni ci confronteremo, spero di poter cooperare con il suo governo”. Prima dell’avvio dei lavori, Meloni si è trattenuta anche col premier britannico Sunak, il cancelliere tedesco Scholz e altri leader, conversando anche con il cardinale Pietro Parolin e il primo ministro ucraino Shmyhal.
Dopo svariate offensive di ministri francesi e dirigenti del partito di Macron, è lo stesso capo dell’Eliseo a creare le condizioni per abbassare le tensioni nel rapporto fra Parigi e Roma, a livelli di guardia dallo scorso inverno per gli scontri sul dossier migranti. Lo fa arrivando al summit del Consiglio d’Europa poco dopo Giorgia Meloni, che nei giorni scorsi non si è scomposta davanti ai fendenti arrivati d’Oltralpe, ma di certo non ha nascosto la propria irritazione. Dopo il vertice in Islanda, i due leader si vedranno anche nel fine settimana al G7 di Hiroshima. Due appuntamenti dedicati soprattutto alla crisi ucraina, in cui c’è grande attesa anche per un nuovo faccia a faccia fra Macron e Meloni. “Sono lunghe giornate nelle quali tutti quanti parleremo con tutti. Ma ripeto, è una materia che a me non interessa particolarmente”, taglia corto il presidente del Consiglio, che continua a relegare gli attacchi francesi a “questioni di politica interna”. O un “regolamento di conti interni”, come l’ha definito nei giorni scorsi, legato a problemi di consenso del governo di Macron, da cui arrivano ripetuti parallelismi fra la leader di Fratelli d’Italia e la sovranista Marine Le Pen. Spero di poter cooperare con il governo italiano”, l’auspicio di Macron, che ammette di “non sottovalutare il fatto che l’Italia è un Paese di primo approdo” e auspica “soluzioni comuni” e “solidarietà europea”. Concetti su cui ha spesso insistito Meloni, che ora si attende un cambio di passo dalla Commissione europea con il Consiglio di fine giugno, dagli esiti ancora incerti. Servirà negoziare fra sfumature e interessi non sempre corrispondenti. Un faccia a faccia potrebbe aiutare. L’ultimo, il 23 marzo a Bruxelles, era arrivato dopo le tensioni nate quando un mese prima Macron aveva invitato Volodymyr Zelensky e Olaf Scholz a Parigi, alla vigilia di un Consiglio europeo. Ancora prima, il 17 gennaio, c’era stata una telefonata fra gli inquilini di Palazzo Chigi ed Eliseo resasi necessaria dopo due mesi di fibrillazioni, tra la freddezza transalpina sul nuovo governo di centrodestra e la crisi della Ocean Viking. Uno scenario che è cambiato di poco, come dimostrano le ultime sortite di Parigi di queste settimane, come quella del ministro dell’Interno Gérald Darmanin, che ha definito Meloni “incapace di risolvere i problemi migratori”. Per non dire dell’attacco, per certi versi più indigesto per il fronte italiano perché considerato più politico, di Stéphane Séjourné, capo del partito Renaissance e luogotenente di Macron in Europa, che ha bollato la politica sull’immigrazione della premier italiana come “ingiusta, disumana e inefficace”. Episodi che ora si conta di superare con un terzo appuntamento del disgelo fra il presidente francese e la premier. Anche perché, oltre a quello dei migranti, c’è un altro dossier delicato su cui ci sarà da discutere nei prossimi mesi: il nuovo Patto di stabilità, su cui Roma e Parigi hanno interessi stavolta “sì” convergenti.

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