martedì, Aprile 23, 2024

Musica: 25 anni senza Lucio Battisti, genio fuori dai canoni

Lucio Battisti ci lasciava il 9 settembre 1998 all’età di 55 anni.

Genio fuori dai canoni, ha allargato i confini della canzone italiana, aprendo le porte della contaminazione con il rock, la black music, fino alla disco, la musica latina, l’elettronica. Se guardato con attenzione, è sempre stato caratterizzato da una tensione a superare le convenzioni, spaziando tra i generi. Battisti ha costruito la sua leggenda sulla sua musica di talento visionario e sulla sua assenza: detestava le derive del divismo, la pubblicità e i riti della comunicazione. Quando è morto era una sorta di Pynchon della canzone italiana, un recluso volontario che aveva passato buona parte della sua vita a litigare con la stampa e pubblicava dischi sempre più immersi in un’elettronica dilatata e sempre più lontani da quelli scritti con Mogol per cui è entrato nella memoria collettiva. I funerali di Battisti si svolsero in forma privata, e tra i pochissimi ammessi c’era Mogol. I due si conobbero nei primi anni 60, e da lì iniziò un sodalizio che proiettò Lucio Battisti in cima alle classifiche italiane nel ventennio 70-80: “Lucio manca tanto, se avessimo potuto continuare a scrivere insieme avremmo fatto almeno altri dieci successi” racconta Mogol. “Se vedo nella musica attuale qualche suo erede? Come scriveva Lucio lo faceva solo lui. Era unico. Come altri: Mango scriveva da Mango, Lucio Dalla da Dalla, non ci sono eredi di questi artisti”. A Mogol resta l’amaro in bocca per una perdita così prematura, perché “da quando non ho più scritto con lui mi è mancata la sua musica, i suoi scritti”, ammette, rivelando come quella coppia di successo non fosse frutto di una presenza così intensa: “Noi ci trovavamo per scrivere insieme, una volta all’anno, lavoravamo per una settimana e il disco era finito”. Dopo la morte il New York Times pubblicò un breve profilo su Battisti definendolo “il più famoso cantante pop italiano, paragonato a volte a Bob Dylan, non per il contenuto politico delle sue canzoni ma per aver definito un’era”. Il quotidiano statunitense definì Battisti “la voce degli italiani diventati adulti alla fine degli anni 60 e all’inizio degli anni 70”, ricordando inoltre che, agli albori della sua carriera, l’artista aveva scritto canzoni di successo non solo per cantanti italiani ma anche “per americani come Gene Pitney e gli Hollies”. Alla sua scomparsa, Battisti ha lasciato 20 album ufficiali, i suoi brani sono stati e vengono tuttora interpretati da altri artisti in tributi e manifestazioni in suo onore. I brani scritti con Mogol sono rimasti nella memoria collettiva al punto che alcune frasi dei testi sono entrate nel linguaggio comune alla pari dei proverbi: “lo scopriremo solo vivendo”, tratta dal brano “Con il nastro rosa” oppure “una donna per amico” tratta dal brano omonimo. La sua grande influenza nella produzione musicale è testimoniata anche da alcuni autori stranieri che lo hanno scoperto e apprezzato e dal gran numero di artisti musicali, sia italiani che internazionali, che hanno dichiarato la loro stima e ammirazione verso di lui, da Claudio Baglioni a Luciano Ligabue, Fiorella Mannoia[, Vasco Rossi, Laura Pausini, Mina. Con buona pace di alcune frange di fan, il Lucio Battisti che ha fatto la storia è quello del periodo con Mogol. Ma bisogna ricordare che Battisti non è soltanto quello con Mogol: a partire da “E già” e poi attraverso la collaborazione con Pasquale Panella iniziata con “Don Giovanni”, l’artista ha progressivamente destrutturato la forma canzone, affidandosi a un sempre più evidente distacco dai gusti del grande pubblico. Il percorso che va dall’album di debutto, “Lucio Battisti”, a “Hegel”, ultimo titolo della sua discografia, è il tragitto di un artista e di un uomo che è sempre stato a disagio con la notorietà, convinto che chi fa musica debba essere giudicato esclusivamente per quello che scrive e canta. La sua naturale avversione per i meccanismi del mercato e dei media e le progressive riserve sulla possibilità di riprodurre dal vivo le sonorità ottenute in sala di registrazione hanno condizionato il suo rapporto con le esibizioni dal vivo, nonostante fosse un performer straordinario come dimostrano alcune apparizioni televisive, in particolare il duetto del 1972 con Mina a Studio 10, che rimane una delle più emozionanti pagine della storia della tv italiana. Battisti ha smesso di fare tour nel 1970 e nel 1972 dopo l’addio alla tv ha chiuso i ponti con la radio e nel 1979 ha concesso la sua ultima intervista. A 25 anni dalla morte di Lucio Battisti non si placa la querelle giudiziaria scoppiata attorno al suo patrimonio, con capolavori che hanno fatto la storia della canzone d’autore. Dopo il lungo contenzioso con Mogol, è ora la Corte d’Appello a Milano a scrivere un nuovo capitolo della battaglia tra gli eredi dell’artista e la Sony Music: i giudici hanno confermato la sentenza di primo grado, che aveva già respinto la richiesta di maxi-risarcimento da 8,5 milioni avanzata dalla major discografica, condannandola al pagamento delle spese legali. I fatti risalgono al 2017, quando la Sony ha intentato l’ennesima causa contro gli eredi di Battisti (la moglie Grazia Letizia Veronese e il figlio Luca). L’accusa è la stessa mossa contro di loro anni prima da Mogol: aver opposto un diritto di veto a qualsiasi forma di sfruttamento economico delle opere musicali di Battisti. In particolare, gli eredi sono stati accusati dalla Sony di aver revocato il mandato alla Siae per l’utilizzazione online delle opere di Battisti (impedendo, così, di diffonderle sulle principali piattaforme digitali, Spotify su tutte) e di averne ostacolato l’uso per sincronizzazioni (bloccando, quindi, la possibilità di usare le registrazioni fonografiche delle canzoni nelle pubblicità di noti marchi, Fiat e Barilla su tutti). La decisione della Corte milanese “è significativa per almeno tre ragioni”, spiega Simone Veneziano, legale degli eredi. Innanzitutto perché chiarisce, per la prima volta, che i contratti stipulati da Battisti oltre cinquant’anni fa con i produttori fonografici non consentono, “senza adesso il consenso” degli eredi o dei suoi editori, l’utilizzazione online o in pubblicità commerciali delle “registrazioni fonografiche che incorporano le interpretazioni a suo tempo eseguite da Battisti”. In secondo luogo perché, sottolinea ancora Veneziano, se fosse stata accolta la tesi di Sony, sarebbe stato affermato il “principio eversivo secondo il quale l’utilizzazione economica di un’opera musicale, anziché dall’autore (o dall’editore musicale), sarebbe governata dal produttore fonografico”. Insomma, “a ‘comandare’ sulle opere musicali non sarebbero più gli autori (o gli editori musicali), ma le case discografiche. Chiunque invece sa perfettamente che chi voglia utilizzare, ad esempio in uno spot pubblicitario, una qualsiasi canzone deve farne richiesta, separatamente, sia al titolare della registrazione fonografica, sia all’autore (o all’editore musicale)” e che “ciascuno di tali soggetti è assolutamente libero di decidere se, a chi e per quale corrispettivo concedere la licenza”. In terzo luogo, perché gli eredi sono stati assolti dall’accusa di aver violato “gli obblighi di diligenza nei confronti di Sony Music”. La querelle non è finita: Sony ha annunciato il ricorso in Cassazione, gli eredi fanno sapere che “attenderanno con serenità anche questa decisione”. Da anni il patrimonio di Battisti (dal valore stimato in 16 milioni di euro) è oggetto anche di una diatriba che coinvolge gli azionisti della Acqua Azzurra, la società creata da Battisti e Mogol nel 1969 per incassare i soldi dai diritti di sfruttamento (gestiti dalla Siae) di tutta la discografia della coppia, che avrebbe poi divorziato a livello professionale negli anni ’80: la società Aquilone della moglie e del figlio del cantante, la casa discografica Universal e lo stesso Mogol. Dopo la morte di Battisti, Mogol è passato in tempi recenti alle vie legali, sostenendo che la moglie e il figlio dell’artista, azionisti di maggioranza di Acqua Azzurra, hanno ostacolato lo sfruttamento commerciale del catalogo. Mogol ha chiesto un risarcimento di 8 milioni di euro e ne ha ottenuti 2,6. Nel 2019, tuttavia, le opere più celebri di Battisti sono approdate sulle principali piattaforme di streaming.

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