
Una grande lavatrice nel cuore di Roma, all’Esquilino, tra negozi anonimi gestiti da commercianti di nazionalità cinesi, in particolare da due famiglie.
I soldi sporchi, quelli del traffico di stupefacenti delle grandi organizzazioni criminali, principalmente camorra e ndrangheta. Venivano ripuliti proprio attraverso attività di copertura, di import-export di abbigliamento e accessori di moda. Vere e proprie centrali di riciclaggio. La droga inondava Roma -questa la ricostruzione dell’antimafia della Capitale- attraverso due canali, due nomi di spicco della mala romana: Antonio Gala e Fabrizio Capogna, quest’ultimo conosciuto per essere il narcos latitante arrestato in Spagna a marzo scorso. Il metodo, “Fei Ch’ien”, letteralmente denaro volante, consentiva ai gruppi cinesi di trasferire i soldi all’estero, senza spostare fisicamente le somme. Successivamente con corrieri di valuta, bonifici di importo frazionato il denaro arrivava a destinazione. Roma, L’aquila, Reggio Calabria, Napoli, Perugia, Ancona e Campobasso, le province interessate dalla maxi operazione del Gico della Guardia di Finanza di Roma. 33 gli arresti. Il sospetto quello di una saldatura tra mafia cinese e mafia italiana.






