martedì, Febbraio 24, 2026

Roma non dimentica: oggi gli ottanta anni dal rastrellamento del ghetto

Roma blindata per la commemorazione del rastrellamento degli ebrei di Roma da parte dei nazisti il 16 ottobre del 1943. Ieri nuovo appello del Papa per la pace. Il rastrellamento del ghetto di Roma fu una retata effettuata da truppe tedesche appartenenti alle SS o alla polizia d’ordine (Ordnungspolizei), con la collaborazione dei funzionari del regime fascista della Repubblica Sociale Italiana tra le ore 05 e 30 e le ore 14di sabato 16 ottobre 1943 (da cui il ricordo di questo giorno come Sabato nero), che portò all’arresto di 1 259 persone, di cui 689 donne, 363 uomini e 207 tra bambini e bambine, quasi tutti appartenenti alla comunità ebraica romana. Gli arresti vennero attuati principalmente in via del Portico d’Ottavia e nelle strade adiacenti ma anche in altre differenti zone della città di Roma.
Dopo il rilascio di un certo numero di componenti di famiglie di sangue misto (mischlinge) o stranieri, 1 023 rastrellati furono deportati direttamente al campo di sterminio di Auschwitz. Soltanto 16 di loro sopravvissero (15 uomini e una donna, Settimia Spizzichino morta nel 2000). All’alba di sabato 16 ottobre 1943, giorno festivo per gli ebrei, scelto appositamente per sorprenderne il più possibile, 365 uomini della polizia tedesca, coadiuvati da quattordici ufficiali e sottufficiali, effettuarono il rastrellamento in maniera mirata (grazie al censimento degli ebrei svolto anni prima dal governo Mussolini) degli appartenenti alla comunità ebraica romana. Nessun italiano fu ritenuto abbastanza fidato da Kappler per partecipare all’azione. Un centinaio di uomini circa furono destinati all’operazione all’interno del ghetto e i rimanenti nelle altre zone della città. A parte l’Einsatzkommando di Dannecker (meno di dieci persone), le forze tedesche che attuarono il rastrellamento erano composte in prevalenza da uomini della polizia d’ordine (Ordnungspolizei), in numero di oltre trecento, provenienti da tre unità «formate pochi mesi prima e composte prevalentemente da riservisti», le quali «si trovavano a Roma per sorvegliare le strade d’accesso alla “città aperta” e le sedi ufficiali delle forze di occupazione tedesca, compreso il carcere di Regina Coeli». Più in specifico furono coinvolte le seguenti unità della Ordnungspolizei: la quinta compagnia del II battaglione del 15º reggimento di SS e polizia, proveniente dall’Alsazia-Lorena; l’undicesima compagnia del III battaglione del 12º reggimento, proveniente da Amburgo; la terza compagnia del I° battaglione del 20º reggimento, proveniente dall’Austria. I tedeschi operarono prima bloccando gli accessi stradali e poi evacuando un isolato per volta e radunando man mano le persone rastrellate in strada. Anziani, invalidi e malati furono gettati con violenza fuori dalle loro abitazioni; si videro bambini terrorizzati che si aggrappavano alle gonne delle madri e donne anziane che imploravano invano pietà. Nonostante la brutalità dell’operazione, le grida e le preghiere strazianti, i rastrellati si ammassarono abbastanza disciplinatamente, tanto che, a detta di Kappler, non fu necessaria l’esplosione di alcun colpo di arma da fuoco. I 1.259 complessivamente rastrellati, molti di loro ancora vestiti per la notte, vennero caricati in camion militari coperti da teloni e trasportati provvisoriamente presso il Collegio Militare di Palazzo Salviati in via della Lungara 82-83; rimasero nei locali e nel cortile del collegio per circa trenta ore, separati per genere ed in condizioni assolutamente disagiate[1]. Tra essi vi fu anche un neonato, partorito il 17 ottobre dalla ventiquattrenne Marcella Perugia.

Articoli correlati

Ultimi articoli