
Era necessario “cambiare l’intera equazione e non solo avere uno scontro. Siamo riusciti a rimettere sul tavolo la questione palestinese, e ora nessuno nella regione è più tranquillo”: cosi’ Khalil al-Hayya, alto dirigente di Hamas, spiega in una intervista al New York Times da Doha lo scopo dell’attacco senza precedenti in Israele. “Spero che lo stato di guerra con Israele diventi permanente su tutti i confini e che il mondo arabo sia al nostro fianco”, gli ha fatto eco Taher El-Nounou, consigliere per i media di Hamas. L’Unrwa, l’Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di rifugiati palestinesi, è stata accusata da Hamas di ”collusione” con Israele nel ”trasferimento forzato” della popolazione della Striscia di Gaza dal nord al sud dell’enclave palestinese. Hamas vuole ”uno stato di guerra permanente con Israele su tutti i confini” e spera che ”l’intero mondo arabo sia al nostro fianco”. Lo ha detto Taher El-Nounou, consigliere per i media di Hamas, al New York Times. Anche Khalil al-Hayya, esponente della dirigenza di Hamas, si è detto sulla stessa linea affermando che è necessario ”cambiare l’intera equazione e non solo avere uno scontro” con Israele. Dopo il massacro del 7 ottobre, ha detto al New York Times da Doha, Hamas è ”riuscito a rimettere sul tavolo la questione palestinese e ora nessuno è più tranquillo nella regione”. Parlando della rappresaglia israeliana sulla Striscia di Gaza, al-Hayya ha detto che ”si sapeva che la reazione a questo grande atto sarebbe stata grande”. Ma, ha aggiunto, ”dovevamo far vedere alla gente che la causa palestinese non sarebbe morta”. Salama Maruf, capo dell’ufficio stampa di Hamas, ha sostenuto che ”l’Unrwa e i suoi funzionari sono responsabili di questa catastrofe umanitaria, in particolare i residenti dell’area di Gaza City e a nord di essa” che si stanno spostando lungo le rotte organizzate dall’Idf per fuggire a sud. Un bombardamento israeliano ha provocato la distruzione della moschea Khaled Ben al-Walid, uno dei simboli della città di Khan Yunes, a Sud di Gaza. Lo riferiscono fonti locali. La moschea si trova in un campo profughi. Al momento dell’attacco era a quanto pare vuota, ma mezzi di soccorso stanno egualmente accorrendo sul posto. La voce che all’alba del 19 ottobre svegliò Mahmoud Shaheen parlava un arabo perfetto, era pacata e chiara. Il messaggio che portava era categorico e inequivocabile: “Chiamo per conto dell’intelligence israeliana”, disse, “tra due ore bombarderemo le torri, dovete andarvene da lì”. La voce all’altro capo gli si era rivolta chiamandolo con il suo nome completo e all’improvviso Mahmoud capì che di lì a poco avrebbe dovuto dire addio al suo appartamento di tre camere da letto al terzo piano di un edifico di al-Zahra, una zonaborghese nel nord della Striscia di Gaza. Fino ad allora il suo quartiere era rimasto in gran parte indenne dagli attacchi aerei, ma la chiamata alle 6,30 di mattina lo stava avvertendo che quell’illusione di immunità era finita.






