domenica, Novembre 30, 2025

Ladispoli guarda al “Fil blu”: dal granchio blu al cibo per gatti, la svolta sostenibile che arriva dal Nord Italia

Potrebbe arrivare da una lattina di cibo per gatti la soluzione – o perlomeno una svolta concreta – contro la proliferazione del granchio blu, il crostaceo invasivo che da anni minaccia gli ecosistemi costieri del litorale laziale. L’idea, nata nel Nord Italia grazie all’accordo tra Confcooperative Fedagripesca e il Consorzio Pescatori del Polesine, prende il nome di progetto “Fil blu” e prevede la trasformazione dei granchi catturati in materia prima per alimenti destinati agli animali domestici. Un’iniziativa che, oltre a ridurre l’impatto ambientale, apre un canale economico sostenibile per pescatori e cooperative, trasformando un’emergenza ecologica in una risorsa produttiva. L’esperimento veneto non è passato inosservato sul litorale romano. A Ladispoli, dove la presenza del granchio blu si è intensificata negli ultimi anni, la notizia viene accolta con entusiasmo da chi, da tempo, si batte per la tutela dell’habitat della palude di Torre Flavia, uno dei siti naturalistici più preziosi della costa tirrenica. «Ben venga una filiera italiana simile – spiega Corrado Battisti, naturalista e storico custode della riserva gestita dalla Città Metropolitana di Roma Capitale –. Speriamo che presto la cattura si diffonda anche a Ladispoli, per arginare questo predatore del fondale. È spietato: attacca tutto ciò che trova, crostacei, molluschi, animali con conchiglia. Nella palude è un serio problema, perché il granchio blu è aggressivo e sa adattarsi a qualsiasi ambiente». Battisti ricorda come la presenza del granchio blu a Torre Flavia sia stata accertata già tre anni fa, quando furono trovate le prime femmine cariche di uova nei canali che sfociano davanti alla riserva. «Da allora la loro popolazione è esplosa – racconta –. Scavano tane negli argini, accelerano l’erosione delle sponde e minacciano la biodiversità acquatica». Originario della costa atlantica americana, il granchio blu (Callinectes sapidus) è arrivato nel Mediterraneo probabilmente attraverso le acque di zavorra delle navi mercantili. Dotato di grande resistenza e capacità di adattamento, si riproduce rapidamente e altera gli equilibri ecologici locali, predando molluschi e piccoli pesci e danneggiando seriamente i fondali e le specie autoctone. Le conseguenze economiche non si sono fatte attendere: nelle aree colpite, gli allevamenti di vongole veraci hanno subito pesanti perdite e i prezzi, anche nelle pescherie di Ladispoli, sono schizzati alle stelle. Nella scorsa primavera, le veraci hanno toccato quota 28 euro al chilo, rendendo difficile persino l’approvvigionamento per ristoranti e consumatori. La riserva di Torre Flavia collabora da tempo con l’Università Roma Tre per studiare strategie di contenimento e monitoraggio del crostaceo invasivo. Ma la possibilità di creare una filiera circolare – cattura, trasformazione, riutilizzo – apre scenari più ampi: unire la ricerca scientifica, la sostenibilità ambientale e la valorizzazione economica del territorio. Il “Fil blu” potrebbe diventare un modello replicabile anche nel Lazio, dove l’invasione del granchio blu minaccia non solo gli ecosistemi lagunari, ma anche la pesca costiera e la biodiversità delle zone umide. Trasformare un nemico dell’ambiente in una risorsa utile per l’industria alimentare è la sfida che entusiasma naturalisti e operatori del mare. «L’unica soluzione – conclude Battisti – è continuare a pescarne il più possibile. Se da questa necessità nasce anche un’opportunità economica, allora il granchio blu potrebbe finalmente restituire qualcosa a un territorio che finora ha solo subito i danni della sua invasione».

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