Dieci anni fa, il 10 gennaio 2016, il mondo della musica si svegliava sotto shock davanti a una notizia tanto improvvisa quanto devastante: David Bowie era morto. L’annuncio, diffuso attraverso i canali social ufficiali dell’artista, parlava di una scomparsa serena, avvenuta a New York dopo una battaglia durata 18 mesi contro un tumore al fegato, combattuta nel più assoluto riserbo e conosciuta solo da una ristrettissima cerchia di familiari e collaboratori. Bowie se ne andava a 69 anni, appena due giorni dopo il suo compleanno e dopo l’uscita di Blackstar, il suo venticinquesimo album in studio, destinato a diventare immediatamente il suo epitaffio artistico e il più potente dei commiati. Pubblicato l’8 gennaio 2016, Blackstar è oggi unanimemente considerato l’ultimo, geniale colpo di teatro di un artista che ha fatto della performance e della trasformazione la propria cifra stilistica. Un disco complesso e stratificato, che mescola jazz sperimentale, art rock e suggestioni elettroniche, attraversato da un filo conduttore esplicito: la riflessione sulla mortalità. Il produttore e storico collaboratore Tony Visconti lo definì “il suo regalo d’addio”, un’opera concepita con piena consapevolezza per accompagnare la fine della sua vita. Brani come Lazarus, con il celebre video che mostra Bowie sofferente su un letto d’ospedale mentre canta “Guarda quassù, sono in Paradiso”, assunsero un valore profetico e straziante poche ore dopo la sua morte, rivelando la meticolosa pianificazione dell’ultimo atto di un artista lucido fino all’ultimo respiro. L’album trionfò ai Grammy Awards 2017 e raggiunse la vetta delle classifiche in oltre 35 Paesi, vendendo quasi due milioni di copie nel solo 2016. Nato a Brixton, Londra, l’8 gennaio 1947 come David Robert Jones, Bowie è stato il camaleonte per eccellenza della musica contemporanea. La sua carriera, lunga oltre cinque decenni, è stata una continua e radicale reinvenzione. Dopo gli esordi e l’incontro decisivo con il mimo Lindsay Kemp, da cui apprese l’importanza della teatralità e del corpo in scena, esplose a livello globale nel 1972 con The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars. Ziggy, l’alieno androgino e bisessuale diventato rockstar, non fu soltanto un alter ego, ma un vero e proprio manifesto culturale che sdoganò ambiguità, libertà sessuale e identità fluide nel rock mainstream. A Ziggy seguirono maschere altrettanto iconiche: dal tormentato Aladdin Sane al glaciale ed elegante Duca Bianco, nato durante il periodo losangelino segnato dalla dipendenza dalla cocaina e proseguito nel fondamentale trasferimento a Berlino. Qui Bowie, insieme a Brian Eno e Tony Visconti, diede vita alla celebre “trilogia berlinese” (Low, Heroes, Lodger), tre album rivoluzionari che avrebbero influenzato in modo decisivo la new wave e l’art rock. Gli anni Ottanta lo consacrarono al successo planetario con Let’s Dance (1983), ma anche in quel momento Bowie scelse di spiazzare il pubblico, rinnegando la formula pop e fondando i Tin Machine, progetto duro e anticommerciale. Artista totale, Bowie ha lasciato un segno indelebile anche nel cinema. Indimenticabile la sua interpretazione dell’alieno fragile e inquieto in L’uomo che cadde sulla Terra (1976) di Nicolas Roeg, ma il suo percorso sul grande schermo comprende ruoli memorabili in Furyo (1983), Labyrinth (1986), L’ultima tentazione di Cristo (1988) di Martin Scorsese e un intenso Andy Warhol in Basquiat (1996). Con circa 140 milioni di dischi venduti, è stato uno degli artisti più influenti e celebrati del Novecento, tanto che nel 2019 la BBC lo ha nominato “il più grande intrattenitore del ventesimo secolo”. Schivo e riservato nella vita privata, dal 1992 era sposato con la modella Iman, con cui ha avuto la figlia Alexandria Zahra. Era padre anche di Duncan Jones, nato dal precedente matrimonio. A dieci anni dalla sua scomparsa, l’eredità di David Bowie continua a crescere: la sua musica, la sua estetica e il suo messaggio di libertà e trasformazione restano un faro per intere generazioni. Bowie non è stato solo una rockstar, ma un artista che ha insegnato a esplorare se stessi senza paura, ricordandoci che cambiare è, forse, la forma più autentica di sopravvivenza.
Dieci anni senza David Bowie: l’addio di una stella che ha cambiato per sempre la musica e la cultura






