A Civitavecchia esiste un modo antico, diretto e senza sconti per raccontare chi esce sconfitto su tutta la linea: “fa la fine del cerasaro”. Nel dialetto cittadino è l’immagine amara di chi va a raccogliere le ciliegie – le cerase – e torna a casa a mani vuote, magari anche con qualche ramo spezzato o una scala rotta. Una metafora ruvida, popolare, ma terribilmente efficace per descrivere quello che, oggi, rischia seriamente di accadere al Comune di Civitavecchia, stretto in una morsa fatta di scelte controverse, promesse mancate e nodi amministrativi ancora irrisolti. Il riferimento è doppio e pesante: da una parte il progetto del biodigestore, dall’altra la questione del mercato. Due dossier diversi, ma uniti da un filo rosso che preoccupa cittadini, operatori economici e addetti ai lavori: il rischio concreto che la città non ottenga né i benefici ambientali ed economici annunciati, né soluzioni funzionali e condivise, finendo per pagare il prezzo più alto. Sul fronte del biodigestore, le aspettative iniziali parlavano di un impianto capace di portare innovazione, gestione virtuosa dei rifiuti e ricadute positive sul territorio. Ma il dibattito, nel tempo, si è caricato di tensioni, timori e interrogativi irrisolti. Localizzazione, impatto ambientale, benefici reali per la comunità e governance del progetto sono diventati punti critici, alimentando una crescente diffidenza. Il rischio, sempre più percepito, è che Civitavecchia si ritrovi a subire un’opera contestata senza ottenere in cambio quei vantaggi strutturali che erano stati sbandierati come contropartita. Parallelamente, la vicenda del mercato rappresenta un’altra ferita aperta. Tra ipotesi di rilancio, spostamenti, ristrutturazioni e stop improvvisi, il settore continua a vivere in una condizione di precarietà. Gli operatori attendono certezze, i cittadini chiedono un mercato funzionale, decoroso e realmente integrato nel tessuto urbano. Ma anche qui, il tempo passa e le soluzioni definitive sembrano restare sempre un passo più in là. Così Civitavecchia rischia di trovarsi esattamente come il cerasaro della tradizione popolare: partita con l’idea di raccogliere frutti, torna indietro senza certezze, con problemi in più e la sensazione di aver pagato un prezzo troppo alto. Una città che, tra grandi progetti e questioni irrisolte, rischia di restare schiacciata tra decisioni calate dall’alto e una pianificazione che fatica a trasformarsi in risultati concreti. La metafora dialettale, oggi, suona come un avvertimento. Perché evitare “la fine del cerasaro” significa fare scelte chiare, trasparenti e condivise, capaci di tutelare davvero l’interesse pubblico. Altrimenti, il rischio è che Civitavecchia resti con le mani vuote… e con qualche ferita di troppo.
Civitavecchia, tra biodigestore e mercato: il rischio di “fare la fine del cerasaro”






