Tre giorni di tempo per consegnarsi alle autorità: è l’ultimatum lanciato oggi dal capo della polizia iraniana – Ahmad-Reza Radan – ai partecipanti a quelle che il regime definisce “rivolte”, scoppiate dopo la repressione di un vasto movimento di protesta scoppiato contro il caro vita. “Consideriamo giovani che si sono trovati coinvolti involontariamente nei disordini persone ingannate, non soldati nemici», ha detto Radan alla televisione di Stato, promettendo che chi si presenterà entro «al massimo tre giorni» sarà trattato con «maggiore clemenza».Le proteste hanno raggiunto una dimensione nazionale l’8 gennaio, sfidando la Repubblica islamica – al potere dal 1979. Sono partite dai commercianti di Teheran dopo una nuova caduta del rial, che in un anno ha perso oltre un terzo del valore rispetto al dollaro. L’agenzia iraniana Tasnim parla di circa 3.000 arresti, mentre le organizzazioni per i diritti umani ne stimano fino a 20.000. Amnesty International ha definito la repressione un «massacro», avvenuto anche grazie a un blackout quasi totale delle comunicazioni. L’Ong Iran Human Rights conta almeno 3.400 manifestanti uccisi, cifra citata anche dalle Nazioni Unite. Anche la guida suprema iraniana Ali Khamenei ha confermato «migliaia di persone uccise», attribuendo le responsabilità a «sediziosi» manipolati da Stati Uniti e Israele. Il portavoce della giustizia, Asghar Jahangir, ha confermato l’avvio di processi rapidi, avvertendo che alcuni reati potrebbero configurare la cosiddetta “guerra contro Dio”, punibile con la pena di morte, solitamente perLa repressione dei manifestanti che partecipano alle proteste nazionali in Iran ha causato la morte di almeno 4.029 persone. Lo hanno riferito gli attivisti di Human Rights Activists, affermando che più di 26mila persone sono state arrestate durante la repressione. Secondo l’Ong tra le vittime 3.786 erano manifestanti, 180 membri delle forze di sicurezza, 28 bambini e 35 persone che non stavano partecipando alle manifestazioni. Si teme che il numero reale delle vittime possa essere molto più alto. E’ stata sospesa in Iran la pubblicazione del giornale riformista Ham-Mihan, edito a Teheran, per due articoli critici sulla gestione dei disordini da parte delle autorità. Lo ha riferito l’agenzia di stampa Tasnim, citando un provvedimento dell’Autorità per la regolamentazione della stampa della Repubblica islamica. Uno degli articoli in questione era un editoriale del direttore del giornale intitolato ‘Da dicembre 1978 a gennaio 2026’ e l’altro un articolo intitolato ‘La storia degli ospedali da Ilam a Sina’ della giornalista Elaheh Mohammadi, che denunciava la violenza della repressione contro i manifestanti. Mohammadi e la collega Niloofar Hamedi avevano portato alla luce il caso di Mahsa Amini ed erano entrambe state graziate lo scorso febbraio dalla Guida Suprema, Ali Khamenei. Reza Pahlavi ha giurato di tornare in Iran dall’esilio negli Stati Uniti. Il figlio dello scià iraniano rovesciato dalla Rivoluzione islamica del 1979 non ha specificato una data e non è ancora chiaro se gli sarà consentito di entrare in Iran e quali conseguenze dovrà affrontare in quanto politico dell’opposizione. In un videomessaggio su X, Pahlavi ha detto che il popolo iraniano chiede “un nuovo percorso credibile” da seguire. “La battaglia in Iran oggi è tra occupazione e liberazione. Il popolo iraniano mi ha chiesto di guidare il Paese. Tornerò in Iran”. “Tornerò in Iran. Il popolo iraniano si è ribellato per rivendicare il proprio Paese – ha aggiunto – La storia onorerà coloro che si schierano al suo fianco”, ha dichiarato. Pahlavi, nominato principe ereditario da suo padre, il defunto scià di Persia, vive in esilio negli Stati Uniti da decenni.
Teheran ultimatum di tre giorni ai manifestanti: “più clemenza a chi si arrende”






