venerdì, Febbraio 20, 2026

La Cassazione conferma: “Il clan Senese è associazione mafiosa”

Il clan Senese è un’associazione mafiosa. Con una sentenza destinata a pesare nel panorama giudiziario della Capitale, la Corte di Cassazione ha confermato l’impianto della condanna pronunciata in appello nel processo denominato “Affari di famiglia”, riconoscendo la natura mafiosa del gruppo guidato da Michele Senese, storico esponente della criminalità organizzata romana. La Suprema Corte ha esaminato i dodici ricorsi presentati contro la sentenza di appello bis: otto sono stati rigettati integralmente, mentre quattro sono stati accolti parzialmente. Tra questi figura quello che riguarda la posizione dello stesso Senese, per il quale è stata disposta la rideterminazione della pena. Si aprirà dunque un nuovo capitolo giudiziario: un processo d’appello ter che coinvolgerà il boss, il figlio Vincenzo e altri due imputati.

Le condanne in famiglia

Nel processo erano stati condannati anche la moglie, Raffaella Gaglione, il figlio Vincenzo e il fratello Angelo, ritenuti parte di un sistema familiare che, secondo l’accusa, avrebbe gestito affari illeciti e consolidato il controllo del territorio attraverso intimidazione e assoggettamento. Il procedimento “Affari di famiglia” ha ricostruito una rete di interessi economici e relazioni criminali che si estendevano tra Roma e il Lazio, in un intreccio di estorsioni, usura e gestione di attività imprenditoriali schermate. La conferma della qualificazione mafiosa rappresenta uno dei punti centrali della decisione della Cassazione. I giudici hanno ritenuto solido l’impianto accusatorio che descriveva il clan come una struttura stabile, dotata di un’organizzazione gerarchica e capace di esercitare un controllo diffuso sul territorio mediante la forza intimidatrice derivante dal vincolo associativo.

Otto ricorsi respinti, quattro accolti

Degli otto ricorsi respinti, alcuni riguardavano contestazioni sulla sussistenza del metodo mafioso e sulla valutazione delle prove raccolte nel corso delle indagini. La Cassazione ha ritenuto infondate tali censure, confermando in larga parte la sentenza d’appello. Diversa la situazione per i quattro ricorsi accolti. In particolare, per Michele Senese la Suprema Corte ha disposto un nuovo giudizio limitatamente alla rideterminazione della pena. I suoi legali confidano in una riduzione rispetto alla condanna inflitta in appello bis, sostenendo che alcune circostanze non sarebbero state adeguatamente considerate nella quantificazione della sanzione. Il processo d’appello ter dovrà dunque riesaminare esclusivamente il trattamento sanzionatorio per Senese e per gli altri imputati interessati dalla decisione, senza rimettere in discussione la qualificazione mafiosa dell’associazione.

“Una nuova fase nella lotta alle mafie”

La sentenza segna, secondo gli osservatori, un passaggio significativo nella storia giudiziaria della criminalità organizzata romana. A sottolinearlo è stato Giampiero Cioffredi, referente dell’associazione Libera nel Lazio: “Si apre una nuova fase. Il riconoscimento della natura mafiosa del clan è un punto fermo. Ma la lotta contro le mafie non si ferma nelle aule dei tribunali: continua nella società, nei territori, nella cultura della legalità”. Parole che richiamano il senso più ampio della decisione. Se da un lato la Cassazione ha confermato l’impianto accusatorio, dall’altro il nuovo giudizio sulla pena mantiene aperto uno spazio di confronto processuale. Per Michele Senese e per gli altri imputati coinvolti nell’appello ter si tratterà dell’ennesimo passaggio in una vicenda giudiziaria lunga e complessa. Intanto, la sentenza della Suprema Corte rafforza un principio che la magistratura romana ha più volte sostenuto negli ultimi anni: la presenza di strutture mafiose radicate nella Capitale, capaci di mimetizzarsi nel tessuto economico e sociale ma riconoscibili per metodi e organizzazione. Un verdetto che chiude un capitolo, ma ne apre immediatamente un altro.

Articoli correlati

 

Ultimi articoli