Doveva diventare un nuovo simbolo identitario della città, ma per le associazioni di categoria si è trasformata in un’opportunità mancata. L’iniziativa “Un bacio a Viterbo”, presentata sabato scorso come nuovo prodotto tipico capace di raccontare il territorio, finisce al centro delle critiche della CNA di Viterbo e Civitavecchia e del comparto agroalimentare locale. A intervenire sono Attilio Lupidi, segretario della CNA di Viterbo e Civitavecchia, Ermanno Fiorentini, presidente dell’Associazione provinciale panificatori e pasticceri di Viterbo, e Moreno Pierini, presidente dell’Unione CNA agroalimentare di Viterbo e Civitavecchia. «Un’occasione persa – spiegano – perché se si crea qualcosa per la città e che porta anche il suo nome, non può riguardare solo due o tre imprese. “Un bacio a Viterbo” avrebbe potuto funzionare molto meglio con un coinvolgimento e una partecipazione più ampia». Le associazioni tengono a chiarire subito un punto per evitare equivoci: «Il problema non è chi ha realizzato il cioccolatino. Chi ha aderito all’iniziativa ha fatto il proprio lavoro, mettendoci passione e professionalità. Ma il prodotto è stato presentato come un nuovo simbolo tipico capace di rappresentare la città. E Viterbo è tutti i viterbesi, non una parte soltanto». Il confronto si allarga inevitabilmente al tema dell’identità gastronomica del territorio. «Viterbo – ricordano Lupidi, Fiorentini e Pierini – possiede già prodotti tipici riconosciuti, tutelati da disciplinari ufficiali della Camera di Commercio di Viterbo e dal marchio collettivo Tuscia viterbese». Tra questi spiccano il Pane del Vescovo e il Pane di Santa Rosa, quest’ultimo fortemente legato alla festa più rappresentativa della città. Secondo le associazioni, proprio da questa esperienza si sarebbe potuti partire per costruire un nuovo prodotto condiviso, capace di coinvolgere l’intero tessuto artigianale e commerciale. «I prodotti tipici sono patrimonio di tutti e da tutti possono essere proposti – sottolineano –. Quando si decide di crearne uno nuovo, sarebbe stato più opportuno condividere fin dall’inizio il percorso con le pasticcerie di tutta la città». Un coinvolgimento più ampio, spiegano, avrebbe avuto anche un effetto positivo sul piano turistico ed economico: «Avrebbe portato più persone in centro e consentito ai visitatori di trovare il prodotto in diversi punti della città, non solo in poche vetrine». Un’occasione che, concludono, «oggi appare difficile da recuperare», ma che lascia aperta una riflessione più ampia su come costruire, in futuro, iniziative davvero rappresentative dell’identità collettiva di Viterbo.






