mercoledì, Aprile 1, 2026

A Palazzo Bonaparte Hokusai, il grande maestro dell’arte giapponese

A partire dal 27 marzo 2026, Palazzo Bonaparte a Roma ospiterà una mostra di eccezionale rilievo: la più grande esposizione mai dedicata in Italia a Katsushika Hokusai (1760–1849), il più celebre artista giapponese, una delle figure più potenti e influenti della cultura visiva universale. Main partner della mostra è la Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale, con Fondazione Cultura e Arte e Poema. Hokusai è il grande protagonista della stagione artistica del periodo Edo (1603–1868), l’epoca straordinaria in cui fiorisce la cultura del “Mondo fluttuante”, l’Ukiyo-e, destinata a trasformare profondamente l’immaginario giapponese e, in seguito, quello occidentale.
Pittore e incisore prolifico, visionario e instancabile, Hokusai è conosciuto in tutto il mondo soprattutto per le sue celebri stampe Ukiyo-e nelle quali la natura, il movimento dell’acqua, il paesaggio e le figure che animano la vita quotidiana del Giappone si trasformano in immagini di sorprendente forza poetica e modernità. Il pubblico si muoverà tra capolavori senza tempo e invenzioni visive straordinarie: dalle Cinquantatré stazioni del Tōkaidō alla celeberrima La Grande Onda di Kanagawa, dalle Trentasei Vedute del Monte Fuji fino ai sorprendenti Manga, gli straordinari album di disegni che hanno consegnato alla storia uno dei termini più noti della cultura visiva contemporanea. Sono oltre 200 le opere esposte, provenienti dalla prestigiosa collezione del Museo Nazionale di Cracovia, molto noto in Giappone, che presta eccezionalmente per la prima volta le sue opere in Italia e che, per la prima volta al mondo, presenta a Palazzo Bonaparte la prima grande monografica su Hokusai al di fuori della Polonia. Hokusai è stato, e continua a essere, un ponte tra Oriente e Occidente, l’artista che più di ogni altro ha reso possibile un dialogo profondo e duraturo tra due tradizioni artistiche che ancora oggi continuano a incontrarsi e arricchirsi reciprocamente. Non è un caso che proprio Hokusai sia stato scelto per rappresentare l’evento culturale più rilevante del 160° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone. Promossa dal Presidente della Commissione Cultura della Camera dei Deputati, con il patrocinio del Ministero della Cultura, dell’Ambasciata della Repubblica di Polonia in Roma, dell’Ambasciata del Giappone in Italia, dell’Istituto Giapponese di Cultura, della Regione Lazio e del Comune di Roma – Assessorato alla Cultura, la mostra è realizzata in collaborazione con il Museo Nazionale di Cracovia, è prodotta e organizzata da Arthemisia ed è curata da Beata Romanowicz con la consulenza scientifica ed editoriale per i contenuti testuali, audiovisivi e divulgativi di Francesca Villanti. Afferma la Prof.ssa Alessandra Taccone, Presidente della Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale, main partner della mostra: «Nel ringraziare a mia volta tutti i partner e le istituzioni coinvolte, desidero rivolgere un ringraziamento particolare al Presidente della Commissione Cultura della Camera dei Deputati On. Federico Mollicone, che per primo ha promosso questa eccezionale operazione culturale. Inaugurare questa retrospettiva su Hokusai a Palazzo Bonaparte è un atto di alto valore politico, l’evento culturale di punta scelto per celebrare i 160 anni di relazioni tra Italia e Giappone. In un tempo purtroppo segnato da profondi conflitti, dove l’Occidente è frammentato e crescono le tensioni tra gran parte dei Paesi orientali e mediorientali e gli Stati Uniti, intendiamo riaffermare la cultura come una “diplomazia della bellezza” capace di abbattere i muri e promuovere un linguaggio universale di pace. Hokusai lo aveva capito secoli fa: ha mescolato mondi diversi e ha creato ponti, non barriere. In questo senso, la Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale prosegue nel cammino tracciato dal mio illustre predecessore, il Prof. Avv. Emmanuele F. M. Emanuele, che già nel lontano 2009, con straordinaria lungimiranza, promosse un’ampia monografica dedicata a Hiroshige, il più celebre contemporaneo di Hokusai. Quell’iniziativa fu pionieristica nel proporre l’arte e la cultura – accanto ai settori storici d’intervento quali la sanità, l’istruzione e l’aiuto ai meno fortunati – come strumento di reciproca comprensione tra i popoli: una vocazione recentemente riaffermata dal prestigioso Premio “Orizzonti Condivisi – Ambasciatore di Pace” a Lui conferito.». Il Prof. Avv. Emmanuele F. M. Emanuele, mecenate e filantropo, così commenta: «Ho sempre creduto – e il mio operato ha costantemente seguito questa direzione, grazie anche all’impegno e alla lungimiranza costanti dell’allora Direttore Generale Prof.ssa Alessandra Taccone, oggi meritoriamente Presidente della Fondazione Terzo Pilastro – che l’arte debba non soltanto nutrire lo spirito, ma, specialmente in quest’epoca così complessa che stiamo vivendo, porsi al servizio della collettività, diventando uno strumento di reciproca comprensione tra i popoli. Per questo motivo, sono profondamente orgoglioso che la mostra di Hokusai non si limiti a celebrare la bellezza della pittura giapponese del periodo Edo, ma diventi il simbolo dei rapporti di cooperazione esistenti tra Italia e Giappone, trasformandosi in un gesto tangibile di speranza e di pace fra Oriente e Occidente in contrapposizione al preoccupante scenario internazionale attuale. Il valore del Terzo Settore, il “Terzo Pilastro” come io l’ho ribattezzato, è insito proprio in questa filosofia: mentre fuori si innalzano muri, il privato sociale rappresentato dalla Fondazione ha il dovere morale di rispondere con il linguaggio universale dell’arte e della cultura, ma anche della filantropia e dell’aiuto ai meno fortunati, veri promotori di pace e di dialogo.». Conclude Iole Siena, Presidente di Arthemisia: «Il legame tra Arthemisia e il Giappone affonda le sue radici in una storia lunga e appassionata: in venticinque anni di attività abbiamo realizzato numerose esposizioni dedicate a questo straordinario Paese, tappe di un confronto culturale mai interrotto. Per questo, nell’anno in cui si celebrano i 160 anni delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone, è stato naturale dar vita a un progetto di grande rilievo dedicato a Hokusai, tra gli artisti che più amo perchè sembra appartenere a ogni tempo. È per me motivo di profonda emozione presentare oggi questa rassegna al pubblico, nata da incontri fortunati, scoperte e collaborazioni preziose. Questo progetto rappresenta molto più di una semplice mostra: è un ponte tra culture e, insieme, un invito a intraprendere un viaggio in una terra di straordinaria bellezza, dove arte, natura e vita quotidiana convivono in armonia da secoli. Desidero infine esprimere la mia sincera gratitudine a tutti i partner e alle istituzioni che hanno creduto in questa esposizione e ne hanno reso possibile la realizzazione, contribuendo a trasformarla in un’esperienza di autentico dialogo e condivisione.». La mostra offre anche una chiave di lettura affascinante delle opere di Hokusai: al centro delle sue immagini non c’è soltanto la natura monumentale, ma l’essere umano. Tra le vedute del Giappone e la presenza costante del sacro Monte Fuji, l’artista osserva la vita con straordinaria sensibilità. Spesso il Fuji arretra sullo sfondo, mentre in primo piano emergono gesti e dettagli del quotidiano: una capanna costruita dall’uomo, il dorso di un cavallo lungo la strada, il profilo di un tetto che dialoga con quello di una collina. Accanto alla centralità dell’uomo emerge un altro grande protagonista dell’opera di Hokusai: l’acqua. Non soltanto nella celebre Onda, qui presentata in una delle prime tirature, ma nelle infinite variazioni con cui l’artista la osserva, la studia e la reinventa.
L’acqua scorre impetuosa nella serie Un viaggio tra le cascate di varie province (Shokoku taki meguri), si frantuma in vortici e spruzzi, si distende in superfici silenziose o diventa pura energia visiva. In ogni immagine il movimento nasce da una precisione del segno straordinaria, capace di trasformare la natura in ritmo e armonia. La mostra mette in luce anche aspetti meno noti ma irresistibili della personalità di Hokusai, come l’umorismo e la leggerezza. Emblematica, in questo senso, è la raffinata stampa surimono Autoritratto come pescatore, in cui l’artista gioca con la propria immagine con ironia e libertà.
Con il medesimo humor ha riassunto la sua ricerca artistica lasciandoci testimonianza della sua forte curiosità: “…Tutto ciò che ho disegnato prima dei settant’anni non vale la pena di essere considerato… A novant’anni avrò penetrato il mistero della natura. A cento anni sarò un artista meraviglioso. A centodieci anni tutto ciò che creerò, un punto, una linea, prenderà vita come mai prima. A tutti voi che vivrete a lungo come me, prometto di mantenere la mia parola”. Non era solo una provocazione. Queste parole raccontano bene la straordinaria idea che aveva di sé stesso e dell’arte: un cammino infinito di studio, osservazione e perfezionamento, in cui l’artista non smette mai di imparare. Fu infatti proprio dopo i settant’anni che realizza alcuni dei suoi capolavori più celebri, tra questi proprio la sua immagine più nota: la Grande Onda presso Kanagawa.
Negli ultimi anni firmava spesso le sue opere “Gakyō rōjin”, il “Vecchio Pazzo per la Pittura” un nome che racconta bene l’energia inesauribile con cui continua a osservare il mondo e reinventarlo attraverso il disegno. Accanto ai capolavori di Hokusai, l’esposizione presenta anche un insieme di oltre 180 pezzi tra libri rarissimi e preziosi oggetti giapponesi, tra cui laccature, smalti cloisonné, accessori da viaggio, armature, elmi e spade, oltre a strumenti musicali tradizionali. I costumi (kimono, giacche haori e fasce obi) accompagnano visivamente la visita, creando un dialogo continuo tra arte, vita quotidiana e spiritualità della cultura giapponese. Le sale di Palazzo Bonaparte, immerse nel fascino senza tempo del Giappone, restituiranno tutta la forza innovativa di un artista che ha profondamente influenzato l’immaginario occidentale. Le sue opere hanno affascinato e ispirato pittori come Monet, Van Gogh e il movimento impressionista contribuendo alla nascita di nuove visioni della modernità, e hanno suggestionato anche musicisti come Claude Debussy. La mostra si arricchisce anche di uno sguardo diverso sul Giappone dell’Ottocento grazie alle fotografie di Felice Beato: italiano, fotografo viaggiatore tra i primi a documentare il Paese appena aperto all’Occidente. Le sue immagini, raccolte in un video che ne racconta la vita e l’attività artistica, restituiscono paesaggi, città e scene di vita quotidiana che dialogano idealmente con l’universo visivo del maestro giapponese. Infine, un percorso didattico che si snoda attraverso le sale permetterà al visitatore di addentrarsi nel complesso ma affascinante mondo della produzione tecnico-artistica delle opere di Hokusai e dei suoi allievi. La mostra vede come sponsor Generali Valore Cultura, mobility partner Atac e Frecciarossa Treno Ufficiale, radio partner Dimensione Suono Soft e sponsor tecnico Ferrari Trento. Il catalogo è edito da Moebius.

LA MOSTRA
La ricchezza del corpus in mostra, raccolto per la maggior parte da Feliks Jasieński, raffinato collezionista e appassionato d’arte giapponese, permette di seguire l’intero percorso del maestro, restituendo continuità e trasformazioni di una ricerca protratta per decenni.
Nelle opere di Hokusai il segno unisce rigore e invenzione: natura, paesaggio e gesto umano si organizzano in immagini di forza immediata, sostenute da un’intelligenza compositiva che non cerca l’effetto ma la necessità della forma. Nella raffinatezza delle soluzioni tecniche, nei passaggi di tono, nelle molteplici variazioni, il disegno diventa metodo, esercizio dello sguardo e libertà dell’immaginazione. Questa libertà creativa lo porterà a dare forma agli Hokusai Manga, i celebri “disegni che fluiscono liberamente dal pennello”, in cui la ricerca dell’essenza prevale sull’imitazione del reale, un’idea che resta viva anche nella cultura visiva contemporanea.
La qualità del segno di Hokusai, essenziale e audace insieme, capace di costruire lo spazio con pochi tratti e di chiarire la forma nel colore, spiega perché la sua arte abbia oltrepassato i confini del suo tempo e del suo paese e abbia contribuito, nell’Europa di fine Ottocento, alla nascita del Giapponismo, aprendo un dialogo tra Oriente e Occidente destinato a segnare la modernità europea.

Prima sezione – Ukiyo: il Mondo Fluttuante
Durante il periodo Edo (1603–1868), dopo una lunga stagione di guerre interne, il Giappone conosce una fase di pace e di stabilità. Questa nuova condizione favorisce lo sviluppo delle città e incrina progressivamente l’ordine sociale tradizionale. La società resta formalmente gerarchica: al vertice si collocano aristocrazia e guerrieri, seguono agricoltori e artigiani, mentre i mercanti occupano il gradino più basso. Ma la crescita urbana modifica gli equilibri. I mercanti, a lungo disprezzati, acquistano ricchezza e influenza e diventano un ceto capace di orientare gusti, consumi e immaginario.
È soprattutto a Edo, l’attuale Tokyo, che questo mutamento si manifesta con maggiore evidenza. Da piccolo villaggio di pescatori, la città cresce fino a raggiungere, nel giro di poco più di un secolo, il milione di abitanti. Grazie alla loro crescente ricchezza, i mercanti elaborano un gusto nuovo, orientato verso i piaceri, gli intrattenimenti e il gusto per ciò che è fugace.
In questo clima si afferma l’idea di Ukiyo, il “mondo fluttuante”. Il termine descrive un modo di vivere fondato sul piacere dell’attimo. Spettacoli, mode, feste, incontri e stagioni diventano l’orizzonte di una sensibilità nuova, che letteratura e arti visive trasformano in immagine. Quando, a partire dal tardo Seicento, al termine Ukiyo si aggiunge il suffisso -e (“immagine”), nasce l’Ukiyo-e, l’“immagine del mondo fluttuante”: un linguaggio figurativo che trova nella stampa su legno, prodotta in serie e accessibile, il mezzo ideale per diffondersi. La xilografia diventa così uno dei grandi linguaggi visivi dell’età moderna.

Seconda sezione – I Nomi di Hokusai
Nel corso della vita Hokusai assume numerosi nomi d’arte. Il cambiamento e la sperimentazione sono l’essenza della sua arte e della sua vita. Quando entra nel 1778 nella scuola di Katsukawa Shunshō, tra i principali interpreti dell’Ukiyo-e, adotta il nome Shunrō, prendendo una parte del nome del maestro.
Da quel momento la firma non resta mai uguale a lungo: ogni volta che si determina a cambiare direzione di ricerca, modifica il nome d’arte per segnare passaggi e trasformazioni del proprio percorso artistico.
Ciascun nome rimanda a un periodo riconoscibile della sua attività e aiuta a seguirne l’evoluzione.
Le firme qui elencate indicano alcune delle sue principali stagioni:
Shunrō (1779-1794): in questo periodo l’artista realizza principalmente ritratti di attori (yakusha-e), lottatori di sumo e illustrazioni di libri.
Sōri, Hokusai (1795-1803): entrambe le firme compaiono durante la maturazione del suo stile pittorico. Si concentra su ritratti femminili (bijin-ga), paesaggi, e sofisticate stampe per occasioni speciali (surimono). Risente di alcune influenze dell’arte europea.
Hokusai (1804-1813): lo pseudonimo più celebre, adottato per dieci anni, nei quali svolge un’intensa attività di illustratore per romanzi popolari (yomihon).
Taito, Iitsu (1814-1829): una stagione dominata dal lavoro su album di disegni di ogni genere: in questo periodo prende avvio anche la serie degli Hokusai Manga.
Iitsu, Manji (1830-1839): mentre continua a lavorare alle raccolte di modelli per imparare la tecnica, torna al tema dei fiori e degli uccelli (kacho-ga) e realizza una delle serie più celebri, Trentasei vedute del monte Fuji.
Manji (1840-1849): negli ultimi anni la creatività resta altissima: produce soprattutto dipinti.

Terza sezione – Le stazioni della via del Tokaido
Dopo il trasferimento della capitale a Edo (l’odierna Tokyo), la via del Tōkaidō, che collegava Edo a Kyoto, divenne la strada più percorsa del Giappone. Il viaggio iniziava idealmente dal ponte Nihonbashi, cuore commerciale della città, e si sviluppava lungo un tracciato scandito da cinquantatré stazioni: luoghi di sosta dove riposare, cambiare cavalli, trovare alloggio, visitare templi, acquistare prodotti locali. Su questa linea di transito si incontravano classi sociali diverse: mercanti e funzionari, pellegrini, viandanti. Il Tōkaidō diventa così una sorta di spina dorsale del paese, dove il territorio si fa esperienza e racconto.
Le stampe dedicate al Tōkaidō non descrivono soltanto un itinerario ma funzionano come guide illustrate e, insieme, come immagini di un mondo in movimento, che rimanda all’idea del viaggio. In queste vedute Hokusai unisce la sensibilità per la natura a un’osservazione attentissima delle persone e dei loro gesti: mercanti che misurano i tessuti, venditori che offrono pesce fresco, viandanti carichi, soste, attese, ripartenze. Dentro questa vita concreta entra anche la dimensione del presagio e della fortuna, con le divinità trattate come presenze familiari, vicine all’umano. Il movimento è costante: figure e paesaggi sembrano spinti da un’energia interna e il dettaglio non è mai puro ornamento ma il modo con cui l’immagine acquista volume, ritmo, verità.
La fortuna di questa serie fu tale da diventare oggetto di più tirature e varianti, restituendo la vitalità di un linguaggio pensato per circolare, essere visto, desiderato, portato con sé.

Quarta sezione – L’estetica dell’Edo urbano
Nella città di Edo, dove la crescita urbana produce nuovi desideri e nuove ambizioni, anche l’abito assume un ruolo decisivo in una società rigidamente ordinata e gerarchica: materiali, colori, accessori e fogge sono sottoposti a norme che rendono visibile il rango e distinguono le appartenenze. L’apparenza non riguarda soltanto il gusto: è anche uno strumento di disciplina, identificazione e di controllo.
Eppure, proprio entro questi vincoli, si forma una nuova civiltà dell’eleganza. La crescita dei ceti urbani, il ruolo sempre più centrale dei mercanti, la diffusione dei libri di modelli e delle botteghe specializzate fanno del kimono e dell’obi un campo privilegiato della ricerca formale. Si afferma, quindi, una sensibilità affidata non tanto all’ostentazione quanto alla qualità del dettaglio, all’accordo dei colori, al ritmo dei motivi, alla sapienza con cui un tessuto cade sul corpo o una cintura ne definisce la figura.
Hokusai osserva con particolare finezza proprio questo mondo di forme, motivi e tessuti. Il disegno di una manica, il nodo di un obi, la scelta di un motivo decorativo accompagnano il gesto, precisano la presenza dei personaggi, ne suggeriscono il carattere e la condizione. Questi kimono e questi obi permettono di vedere, nella loro consistenza materiale, ciò che nelle immagini del maestro diventa ritmo visivo, identità e vita urbana.

 

Quinta sezione – Cascate
L’acqua, elemento essenziale per la vita nelle isole giapponesi, è anche una delle grandi fonti d’ispirazione di Hokusai. Nella serie Un viaggio tra le cascate di varie province, composta da otto stampe, l’artista mostra una rara capacità di percepire e rendere i corsi d’acqua: la loro potenza, il loro dinamismo, il modo in cui attraversano e trasformano il paesaggio.
Qui la natura non è sfondo ma energia. Hokusai osserva e sintetizza forme diversissime: dai getti che si frantumano in nebbia alle colate compatte che scendono come lame, dagli spruzzi vicino ai mulini ad acqua alle cascate che si aprono in ventagli. La precisione del segno non spegne il movimento: lo rende leggibile, quasi tangibile.
Nella sala la varietà delle cascate diventa anche una guida per lo sguardo. Alcune immagini mettono al centro il cammino: pellegrini e viandanti si fermano a guardare, salgono scalinate scavate nella roccia, attraversano ponti, sostano presso case da tè. Altre mostrano la cascata come luogo di rito e di preparazione, dove l’acqua è purificazione prima dell’accesso ad un santuario. Altre ancora avvicinano l’elemento naturale alla vita quotidiana: gesti di lavoro, piccole soste, scene di riposo. Non manca una cascata “in città”, dove l’acqua scende in un contesto urbano e rivela come anche Edo potesse essere letta attraverso il paesaggio.
Le figure umane, spesso minute, non servono solo a dare scala: ci coinvolgono nel punto di vista. Davanti alla cascata, come loro, impariamo a misurare la forza degli elementi e la capacità di Hokusai di trasformarla in immagine.

Sesta sezione – Le trentasei vedute del monte Fuji
Per i giapponesi il Fuji è più di una montagna: è una presenza sacra, un punto di riferimento costante, che orienta lo sguardo e dà proporzione allo spazio. Hokusai guarda al Fuji con devozione e per anni nutre l’idea di una serie dedicata al monte. Quando finalmente la realizza, non costruisce un’unica immagine emblematica, ma un intero sistema di vedute. La serie nasce con trentasei stampe e viene poi ampliata con altre dieci.
Il titolo fa riferimento a un pantheon iconico di trentasei poeti immortali della letteratura classica giapponese (sanjūrokkasen), e attribuisce così al numero 36 una risonanza poetica e simbolica ben riconoscibile nella cultura giapponese, in sintonia con la sensibilità di Hokusai, nelle cui opere il mondo della poesia e le figure dei poeti ritornano con particolare evidenza.
In queste tavole il Fuji si mostra in ore e stagioni diverse, nei suoi “umori” più vari. Attraversa scenari cangianti, mare agitato e quiete, albe limpide, temporali, neve immobile, e cambia con la luce e con l’aria. Hokusai inventa punti di vista sorprendenti: la montagna appare incorniciata da ponti e cancelli, da alberi e banchine, visto oltre tetti, argini, risaie e canali.
Ma la serie non è un inno astratto: in primo piano entra la vita dell’Edo quotidiana, fatta di lavoro, traffici, gesti, attese.
Un dettaglio aiuta a riconoscere le fasi. Nella prima serie, quella originale, i contorni sono spesso tracciati con una linea sottile blu: Hokusai impiega il blu di Prussia, talvolta mescolato con l’indaco, e lascia che il colore ammorbidisca la linea, intensificando il gioco delle profondità. Nelle dieci stampe aggiunte i contorni tornano invece al nero tradizionale. Anche le variazioni di stampa, toni, intensità, piccoli scarti, ricordano che la xilografia non è mai un’immagine unica e immobile. Così il Fuji resta sempre riconoscibile, ma non si ripete mai davvero.

Settima sezione – La Grande Onda di Kanagawa
La Grande Onda di Kanagawa è tra le immagini più celebri dell’Ukiyo-e e, da tempo, ha oltrepassato i confini della propria cultura fino a imporsi come icona globale. Realizzata da Hokusai nel pieno della maturità, unisce potenza ed estrema disciplina formale: nulla è casuale, tutto è calibrato perché il movimento diventi struttura.
La scena si apre su un mare in tempesta, costruito per onde successive. Una frangia più bassa si infrange in primo piano, mentre la massa principale si innalza e si richiude come un arco, pronta a ricadere sulle barche. A destra, ondulazioni irregolari prolungano l’instabilità dell’acqua. In lontananza, il monte Fuji resta fermo, quasi impassibile: la sua quiete è la controparte alla violenza del mare. Eppure, proprio in questo contrasto, nasce una corrispondenza sottile. Il profilo del Fuji ritorna nell’onda in basso a destra; nella stessa gamma di blu e di bianco, l’acqua sembra assumere i colori della montagna, e la schiuma risponde alla neve. Quiete e tempesta non solo si oppongono, si richiamano.
Dentro questa tensione la presenza umana non scompare. Le imbarcazioni avanzano serrate, i pescatori sono compressi nel gesto del lavoro: non c’è eroismo, ma necessità. La figura umana, ostinatamente presente, è però come risucchiata nel ritmo più vasto della natura, ridotta a misura fragile dentro un evento che la eccede.
Anche la schiuma partecipa alla costruzione del senso. Scomposta in segni irregolari e incisivi, produce un disegno di forte energia decorativa, capace per un attimo di catturare lo sguardo più delle barche travolte. Il punto di vista, basso e ravvicinato, amplifica l’urgenza: lo spettatore non contempla da lontano, è dentro l’azione. Gli spruzzi frastagliati delle onde colpirono anche i fisici del XX secolo, quando venne scoperta la regola alla base della costruzione dei frattali.
L’Onda appartiene alle Trentasei vedute del Monte Fuji e porta con sé una scelta tecnica decisiva: i contorni in blu, non in nero, che ammorbidiscono i profili e rendono più sensibile il gioco della profondità. E, come ogni xilografia, l’immagine vive nelle sue tirature: nelle prime, le linee sono più fini e i passaggi di blu più sottili; nelle ristampe, i toni tendono a intensificarsi e alcuni dettagli perdono precisione. Scarti minimi, ma sufficienti a mutare la qualità percettiva ed emotiva dell’opera.

Ottava sezione – Ispirazioni letterarie
Esplorando la cultura che alimenta l’immaginario di Hokusai, si arriva a uno dei vertici della tradizione letteraria giapponese: l’Ogura hyakunin isshu (Cento poeti, una poesia ciascuno). Compilata nel XIII secolo da Fujiwara no Teika, questa antologia diventa con il passare del tempo un repertorio condiviso: testo di memoria, modello per la calligrafia, base di un raffinato gioco di società fondato sul riconoscimento dei versi attraverso frammenti. Nel periodo Edo, quando la xilografia rende le immagini più accessibili e diffuse, Hokusai torna a questa tradizione e la traduce nel linguaggio del suo tempo.
Le stampe qui riunite mostrano bene la natura di questa operazione. Hokusai non si limita a illustrare i testi: li interpreta, li trasforma in racconto visivo. Accanto al verso compaiono episodi storici, leggende, scene di intensa concentrazione narrativa. La nostalgia di Abe no Nakamaro davanti alla luna lontana, il ponte di gazze evocato da Ōtomo no Yakamochi, gli episodi eroici legati ai quarantasette rōnin mostrano come la poesia possa aprirsi alla storia, al teatro e alla memoria collettiva. Il foglio diventa così uno spazio in cui lettura e visione si sostengono a vicenda.
Questo dialogo tra parola e immagine si riconosce anche nei ritratti dei poeti immortali. Le sagome di Ariwara no Narihira, Ono no Komachi e del monaco Henjō sembrano nascere direttamente dalla scrittura del loro nome: il profilo si inscrive nei caratteri, quasi che la calligrafia generi la figura. È un’invenzione sottile e programmatica. In Hokusai la tradizione letteraria non resta sulla pagina: entra nell’immagine, prende corpo, diventa forma.

Nona sezione – Surimono. Un messaggio raffinato
Accanto alla produzione xilografica destinata al mercato editoriale si sviluppa una tipologia di stampa assai più esclusiva e raffinata: il surimono, letteralmente “cosa stampata”. Non nasce per la vendita, ma per circolare in ambiti ristretti e socialmente selezionati, circoli poetici e letterari, ambienti colti e committenze private in occasione di ricorrenze, celebrazioni e scambi augurali.
Per certi aspetti può ricordare il dono o il biglietto per un’occasione speciale; ma la raffinatezza della concezione, dei materiali e della stampa lo colloca ben oltre la dimensione effimera, entro una pratica artistica destinata a un pubblico capace di coglierne allusioni, finezze e virtuosismi.
Le opere qui esposte mostrano bene l’ampiezza dei soggetti che il surimono può accogliere. Al mito e all’erudizione appartengono figure come l’imperatore cinese Shennong o il dio Daikoku con la lepre di Inaba; alla vita colta e urbana rimandano invece la donna assorta presso la libreria, la preparazione della festa delle bambole o la contemplazione autunnale della luna. In questi fogli il registro colto, l’osservazione del quotidiano, il riferimento letterario e l’immagine augurale convivono senza gerarchie rigide, secondo una libertà inventiva che è una delle qualità più singolari del genere.
Persino l’autoritratto di Hokusai come pescatore entra in questo spazio scelto e sperimentale, dove l’immagine si lega spesso alla poesia e all’allusione. Nel surimono Hokusai trova infatti un terreno particolarmente libero, nel quale concentra ironia, memoria letteraria, gusto per il dettaglio e una sottile capacità di trasformare temi colti o quotidiani in immagini di rara eleganza.

Surimono. Tecnica e memoria eroica
Il surimono si configura come una xilografia policroma di straordinaria complessità tecnica, realizzata in tirature limitate e destinata a una fruizione ravvicinata, lenta, attenta. La qualità della carta, la finezza dell’impressione, l’uso di rilievi a secco, di passaggi senza inchiostro e di interventi metallici conferiscono alla superficie una preziosità tattile e visiva che supera di molto quella della stampa corrente. In questi fogli la raffinatezza tecnica diventa parte essenziale del linguaggio.
I surimono qui esposti mostrano bene come queste opere sappiano accogliere anche la memoria eroica e guerriera del Giappone. I broccati che custodiscono il biwa, uno strumento musicale traduzionale simile al liuto, e il flauto del clan Taira, il corvo che reca la celebre spada Kogarasumaru, i cavalieri lanciati al galoppo, il monaco guerriero Benkei o i carri processionali del matsuri, termine che indica feste tradizionali, trasformano il foglio in uno spazio di allusione colta, dove l’episodio storico, il racconto epico e il simbolo araldico si condensano in immagini di grande intensità. In questo contesto, anche il rapporto tra immagine e testo raggiunge una forma particolarmente compiuta: poesie, iscrizioni e riferimenti letterari non accompagnano semplicemente la scena, ma ne fanno parte, ne modulano il ritmo, ne ampliano il significato.
Il processo di stampa implica l’impiego di numerose matrici xilografiche, spesso da una dozzina fino a diverse decine, ciascuna destinata a un passaggio cromatico o a uno specifico effetto superficiale.
Il risultato è una pratica artistica fondata sulla precisione e sulla misura, concepita per uno sguardo capace di cogliere, nel minimo, la qualità più alta di queste opere.

Decima sezione – Hokusai Manga
Con il termine manga Hokusai indica “disegni che fluiscono liberamente dal pennello”: non un racconto a fumetti nel senso moderno ma una vasta raccolta di schizzi, studi, figure, animali, paesaggi, mestieri e invenzioni grafiche. Il primo volume esce nel 1814; gli altri seguono nel corso dei decenni, fino a comporre una serie amplissima, che supera i quattromila disegni e accompagna quasi per intero il percorso dell’artista. Questi fogli non insegnano semplicemente a copiare. Invitano piuttosto a guardare il mondo con attenzione, a coglierne l’essenza e a trasformarla in immagine attraverso il proprio sguardo.
La loro fortuna, in Giappone come altrove, nasce anche da questa apertura. I manga di Hokusai parlano a lettori diversi, allievi, artigiani, curiosi, appassionati, e mostrano come il disegno possa essere insieme esercizio, conoscenza e libertà dell’immaginazione. Non sorprende che continuino a essere percepiti come sorprendentemente attuali: non impongono un modello chiuso, ma offrono un metodo di osservazione e di invenzione sempre disponibile a nuove reinterpretazioni.
Anche per questo il termine da lui coniato ha avuto una fortuna così lunga, fino a entrare, con significati mutati, nel lessico visivo del presente.
In questa sala, l’opera di Yuki Ideguchi rende esplicita proprio questa continuità. Il suo omaggio a Hokusai mostra come quell’immaginazione, nata due secoli fa, resti ancora oggi una sorgente viva per gli artisti contemporanei.

Undicesima sezione – Fantasmi e apparizioni
Nella tradizione giapponese il kaidan, il racconto di fantasmi e apparizioni, non appartiene a una dimensione marginale o semplicemente fantastica: è un luogo in cui prendono forma paure profonde, colpe, vendette, presenze che non trovano pace. Tramandate a lungo nella voce dei narratori e delle balie, spesso nella penombra e nel rito collettivo dell’ascolto, queste storie entrano nella cultura visiva con una forza che unisce il perturbante al familiare. Prima di addentrarsi in questo mondo, è utile ricordare una distinzione fondamentale: gli yūrei sono gli spiriti dei morti che tornano a perseguitare i vivi, e gli ōbake sono apparizioni mutevoli, più legate ai luoghi e alle metamorfosi che alla vendetta.
Hokusai affronta questo immaginario con straordinaria libertà inventiva nella serie Hyaku monogatari (Cento racconti). Il titolo promette una sequenza vasta, ma le stampe note sono soltanto cinque: un nucleo esiguo e proprio per questo ancora più prezioso, in cui il fantastico non si risolve mai in puro effetto, ma si intreccia al teatro, alla leggenda e alla memoria popolare. Le immagini esposte in questa sala orientano lo sguardo verso alcune figure divenute esemplari: la gelosia feroce di Hannya, il volto postumo di Oiwa che affiora da una lanterna infranta, il fantasma della serva di Sarayashiki che si leva dal pozzo in forma di piatti spezzati, la malinconica apparizione dell’attore Kohada Koheiji dietro una zanzariera.
In questi fogli Hokusai non cerca l’orrore insistito. Preferisce una tensione più sottile, affidata alla metamorfosi, all’allusione, al contrasto tra la precisione del segno e l’instabilità di ciò che appare. Il fantasma non irrompe soltanto come spavento: porta con sé un racconto, una colpa, una memoria che ritorna. È in questa soglia incerta tra visibile e invisibile che il kaidan trova, nelle mani di Hokusai, una delle sue forme più intense.

Dodicesima sezione – Ceramiche e bronzi nella cultura figurativa giapponese
Accanto alle immagini di Hokusai, ceramiche e bronzi introducono un altro aspetto essenziale della cultura figurativa giapponese: quello dell’oggetto, in cui uso, misura e qualità formale coincidono. Vasi e ciotole in ceramica, come i manufatti in bronzo, non si impongono per ricchezza ostentata, ma per un equilibrio più sottile, affidato alla purezza del profilo, alla precisione delle proporzioni, al rapporto tra volume e superficie.
Nel corso dell’Ottocento questi oggetti incontrano in Europa una fortuna particolare. A colpire non è soltanto l’eleganza della decorazione, ma la capacità di concentrare in forme apparentemente semplici un alto grado di raffinatezza. Le ceramiche seducono per la sobrietà dei volumi e per la finezza dell’invenzione ornamentale, che non invade la forma ma la accompagna e la misura. I bronzi, a loro volta, sorprendono per l’armonia delle proporzioni: colli sottili che si innalzano sopra corpi raccolti, superfici calibrate da una patina artificiale di tono bruno, stesa con precisione fino a diventare parte stessa del loro valore visivo.
Ciò che accomuna questi manufatti è una concezione dell’arte che non separa l’eccellenza tecnica dalla vita materiale. Anche quando appartengono alla sfera dell’arredo o dell’uso quotidiano, essi conservano una presenza pienamente estetica, affidata non all’eccesso ma alla qualità del dettaglio, alla continuità del contorno, alla misura del rapporto fra ornamento e struttura. In questo senso, ceramiche e bronzi non costituiscono un episodio marginale rispetto al mondo di Hokusai: ne condividono la stessa attenzione per la forma, per la superficie, per quella precisione dello sguardo che trasforma la materia in stile.

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