Pechino si conferma il fulcro delle relazioni internazionali in una settimana segnata da una fitta agenda di incontri bilaterali. Il presidente Xi Jinping ha ricevuto nella Grande Sala del Popolo il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, consolidando l’asse tra le due potenze. Al centro del colloquio, oltre al rafforzamento dei legami bilaterali, sono stati affrontati i dossier più caldi dell’attualità globale: il conflitto in Medio Oriente e la guerra in Ucraina. Lavrov ha ribadito la ferma opposizione di Mosca e Pechino ai tentativi occidentali di creare blocchi regionali volti a contenere l’influenza russa e cinese, criticando apertamente la strategia statunitense di smantellamento della cooperazione multilaterale. L’attività diplomatica cinese non si è limitata al dialogo con il Cremlino. Nel corso della settimana, Xi Jinping ha accolto una serie di leader internazionali profondamente colpiti dalle ripercussioni economiche della crisi mediorientale, tra cui il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez, il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohamed bin Zayed Al Nahyan e il leader vietnamita To Lam. Per molti di questi Paesi, la priorità resta la gestione dei danni derivanti dal blocco navale dello Stretto di Hormuz, che sta destabilizzando i mercati energetici e le rotte commerciali verso l’Asia e l’Europa. Proprio sul fronte della sicurezza marittima, la posizione della Cina è apparsa netta e priva di ambiguità. Xi Jinping ha definito il blocco navale imposto da Washington contro i porti iraniani come una misura “pericolosa e irresponsabile”. La retorica cinese punta a accreditare Pechino come un mediatore alternativo e razionale, capace di dialogare con attori tra loro distanti e di opporsi a quelle che vengono descritte come azioni unilaterali capaci di innescare un’escalation incontrollabile nel Golfo Persico. Il blocco navale imposto dagli Stati Uniti nello Stretto di Hormuz sta operando a pieno regime, paralizzando di fatto il traffico marittimo legato alla Repubblica Islamica. Secondo i dati di monitoraggio marittimo riportati dalla Reuters, la petroliera Rich Starry — di proprietà della società cinese Shanghai Xuanrun Shipping e battente bandiera del Malawi — è stata costretta a rientrare nello stretto dopo aver tentato invano di lasciare il Golfo. La nave, già soggetta a sanzioni statunitensi, rappresenta il caso più emblematico della rigidità con cui Washington sta applicando le nuove restrizioni. Il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha rilasciato una nota ufficiale dichiarando che, durante le prime 24 ore di operatività, nessuna imbarcazione è riuscita a forzare il cordone militare statunitense. Il bilancio della prima giornata parla di almeno sei navi che hanno ottemperato alle direttive delle forze navali americane, invertendo la rotta e rientrando nei porti iraniani di partenza per evitare il sequestro o conseguenze dirette. Il dispositivo di blocco, annunciato domenica dal presidente Donald Trump, è la risposta immediata al fallimento dei negoziati del fine settimana a Islamabad. L’assenza di un accordo tra Stati Uniti e Iran ha spinto la Casa Bianca a optare per la linea della massima pressione fisica sulle rotte energetiche, trasformando lo Stretto di Hormuz in un collo di bottiglia invalicabile per chiunque faccia scalo nei porti di Teheran. La determinazione mostrata dalle forze statunitensi nelle prime ore del blocco segnala una nuova, critica fase di escalation che sta già avendo ripercussioni immediate sui mercati internazionali dello shipping. “Il diritto di arricchire l’uranio per scopi pacifici è un diritto inalienabile della Repubblica islamica dell’Iran. Indipendentemente da come la Repubblica islamica eserciterà questo diritto durante i negoziati – che lo sospenda o che insista nel preservarlo – la parte russa accetterà qualsiasi approccio basato su questo principio, il principio dell’universalità del diritto all’arricchimento”. Lo ha affermato il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, nel corso di una conferenza stampa a Pechino. “Spero sinceramente che coloro che sono direttamente coinvolti nei negoziati, in questo caso dalla parte americana, siano realistici, tengano conto degli interessi dell’intera regione e non continuino con l’aggressione immotivata di cui soffrono maggiormente gli alleati degli Stati Uniti, ovvero le monarchie arabe del Golfo Persico, diciamolo chiaramente”. Le relazioni tra Russia e Cina “rimangono salde di fronte a tutte le tempeste” anche grazie ai rapporti costruiti dai due leader, Vladimir Putin e Xi Jimping che contribuiscono a garantire ai loro paesi “un elevato grado di resilienza di fronte agli shock che hanno sconvolto il mondo”. Lo ha affermato il capo della diplomazia russa, Sergei Lavrov, nel corso di una conferenza stampa a Pechino, al suo secondo giorno di visita ufficiale nel paese asiatico. Lavrov è stato ricevuto dal leader cinese per un colloquio che – secondo quanto riportato dai media russi – ha confermato le strette relazioni tra i due Paesi tanto sul fronte diplomatico che su quello economico con Lavrov. In questo contesto ha assicurato che Mosca “può senza dubbio compensare” il deficit energetico causato dalla guerra nel Golfo, intervenendo tanto per la Cina che per “altri paesi ugualmente desiderosi di lavorare con noi in modo equo e mutualmente benefico”. In una nuova serie di estratti dell’intervista rilasciata a Fox News, Donald Trump ha analizzato con estrema durezza lo stato del conflitto e le prospettive future della Repubblica Islamica. Il presidente ha sottolineato la portata della devastazione bellica, dichiarando che, anche se gli Stati Uniti dovessero interrompere le operazioni in questo momento, l’Iran impiegherebbe almeno vent’anni per ricostruire il proprio sistema Paese. “E non abbiamo ancora finito”, ha aggiunto Trump, lasciando intendere che la pressione militare potrebbe non aver ancora raggiunto il suo culmine. Il fulcro del ragionamento della Casa Bianca rimane la sicurezza nucleare. Trump ha ribadito che il ricorso alla forza era l’unica opzione rimasta per disarmare Teheran e impedirle di dotarsi dell’arma atomica. Secondo il presidente, l’assenza di un intervento immediato avrebbe portato a uno scenario in cui l’Iran sarebbe oggi una potenza nucleare, una condizione che Washington considera una minaccia esistenziale inaccettabile. L’obiettivo finale di questa strategia di massima pressione resta comunque il tavolo dei negoziati. Trump si è detto convinto che, a fronte della distruzione subita e dell’isolamento economico, i vertici iraniani siano ormai disposti a raggiungere un’intesa diplomatica a qualsiasi condizione. “Vedremo cosa accadrà”, ha concluso il presidente, confermando la sua visione di una guerra ormai “praticamente finita” che avrebbe costretto l’avversario a una resa politica totale per garantire la propria sopravvivenza.
Pechino per il Medio Oriente: Xi lancia il piano in 4 punti. L’Europa pensa al futuro di Hormuz






