domenica, Aprile 19, 2026

Stretto di Hormuz, ipotesi navi italiane per rimuovere le mine. Quali sono e come operano

Il Vertice dei Volenterosi tenutosi a Parigi venerdì, che ha avuto al centro il futuro dello Stretto di Hormuz, ha fatto registrare un’importante novità per il nostro Paese annunciata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni: “L’Italia farà la sua parte” in una eventuale missione internazionale post-bellica, anche mettendo “a disposizione proprie unità navali, sulla base di un’autorizzazione parlamentare” secondo le “regole costituzionali”. Due navi cacciamine sono infatti già state approntate dalla Difesa e sono attraccate in porto in Italia, disponibili per essere inviate per un’eventuale missione. Tuttavia, questa eventuale missione potrà partire solamente qualora fossero rispettate le condizioni che la premier Meloni ha stabilito insieme agli altri Paesi che hanno partecipato al Vertice (fra questi Francia, Germania e Regno Unito): “Soltanto quando vi sarà una cessazione delle ostilità, in coordinamento con tutti gli attori regionali e internazionali e con una postura esclusivamente difensiva”. Questo tipo di missione navale, secondo quanto fatto sapere dalla stessa premier Meloni, sarebbe un intervento “in linea con il lavoro” di quella antipirateria Atalanta e soprattutto con quella anti-Houthi nel Mar Rosso, Aspides. Il governo sta già “portando avanti un’importante azione di pianificazione a livello nazionale”. Delle 8 cacciamine della flotta, alcune sono in manutenzione, altre già impegnate, e due sono pronte. Ciascuna impegna un equipaggio di circa 50 uomini. E per un’operazione simile non si escluderebbe anche il coinvolgimento di una fregata, o di una nave per il supporto logistico, eventualmente in condivisione con gli alleati. Ma come funzionano queste imbarcazioni cacciamine? Le unità navali lanciano onde sonore in acqua per poi ascoltarne l’eco grazie ai sonar, salvando così la vita degli equipaggi scovando ordigni da disinnescare nei fondali. L’Italia rappresenta in questo settore militare un’eccellenza con otto navi di questo tipo, dal Gaeta al Vieste. Si tratta di imbarcazioni non molto grandi, lunghe cinquanta metri e larghe dieci, per cinquecento tonnellate di peso, con equipaggi di circa cinquanta persone, mentre gli scafi vengono realizzati con materiali che riducano al minimo la loro traccia magnetica come la vetroresina, per eludere i rischi di detonazione delle mine. Osservando più nel dettaglio le caratteristiche di queste navi cacciamine, il loro strumento di ricerca degli ordigni è il sonar: realizza un’immagine dei fondali intorno come una sorta di radar, lanciando onde sonore il cui eco restituisce le informazioni necessarie. Una volta identificati i bersagli, si passa alla fase investigativa attraverso un drone subacqueo, filoguidato e con delle telecamere. Inoltre a essere pronti ad entrare in azione sono anche i palombari della Marina militare, che sono specializzati nel disinnesco di ordigni, il corrispettivo del genio degli artificieri di terra. In altri casi vengono invece utilizzati gli stessi droni subacquei, che impiegano i propri sonar per poi trasmettere le informazioni ai cacciamine madre. In caso di una missione, nel corso di una giornata sarebbe possibile mappare un’area fino a dieci miglia quadrate di campo minato a seconda della zona in cui si opera. I cacciamine necessitano spesso di una fregata e di una nave logistica di appoggio, come la Etna, la Vulcano o la Atlante. Al momento ce ne sono di operativi in mare almeno due: il Crotone è in viaggio verso Malta per attività nell’ambito della forza navale permanente sulle contromisure per le mine, mentre il Rimini è in trasferimento tra Valona e Augusta per “fondali sicuri”, in direzione delle coste siciliane. La base di tutte queste imbarcazioni è a La Spezia. Un eventuale utilizzo nel Golfo Perisco non rappresenterebbe una novità assoluta: infatti queste navi furono impiegate a Hormuz dall’Italia per la prima volta nel 1987 durante la prima crisi del Golfo. Negli anni hanno rintracciato migliaia di detonatori e continuano tuttora a farlo, anche con attività di bonifica al largo di tutte le coste italiane, per rimuovere ordigni risalenti alla Seconda guerra mondiale e ancora presenti nelle nostre acque. I loro antenati sono invece i “dragamine”, in disuso da svariati decenni, che intercettavano mezzi a bassa tecnologia.

 

 

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