mercoledì, Luglio 15, 2026

La prima prova: è tempo di Maturità

Le tracce della Maturita’ 2026 lanciano un messaggio molto semplice: la scuola che il ministro Giuseppe Valditara ha in mente non e’ la scuola del nozionismo, ma quella della maturita’ vera. Non la scuola che chiede agli studenti di ripetere, ma quella che li mette alla prova come persone, come intelligenze, come futuri cittadini.
Basta leggere le proposte della prima prova per capire che non siamo davanti a un esame costruito sulla memoria meccanica. Al contrario, il Ministero ha scelto di intrecciare letteratura, storia, scienza, societa’ e attualita’ in un disegno coerente, che chiede ai ragazzi di comprendere, interpretare, argomentare. In una parola, di pensare. E’ questa la traduzione piu’ concreta della riforma: spostare il baricentro dell’esame dall’accumulo delle nozioni alla capacita’ di usarle con consapevolezza.
Non a caso, negli ultimi giorni Valditara ha insistito proprio su questo punto. Ha spiegato che il nuovo esame vuole verificare il grado di autonomia raggiunto dagli studenti e valorizzarne i talenti; e, parlando del nuovo orale, ha detto con chiarezza che sara’ “molto dialogico” e che le domande non saranno nozionistiche, perche’ cio’ che conta e’ la capacita’ di ragionamento, non la ripetizione meccanica.
Anche il messaggio di auguri rivolto ai ragazzi va nella stessa direzione ed e’ tutt’altro che formale. “Forza ragazzi, affrontate l’esame senza paura. Valete molto”, ha detto il ministro, invitando i maturandi a vivere questa prova come un momento in cui far emergere la propria crescita personale e i propri talenti. E’ un passaggio importante, perche’ mostra bene l’idea di fondo: la Maturita’ non come esame della burocrazia, ma come verifica della persona.
La tipologia A lo mostra con grande chiarezza. Da un lato Cesare Pavese, con Passero’ per Piazza di Spagna; dall’altro Vitaliano Brancati, con un brano da I piaceri. Due autori diversi, due registri diversi, due mondi stilistici e umani che chiedono agli studenti non di sfoderare la paginetta imparata a memoria, ma di entrare davvero nel testo, di misurarsi con la lingua, con il tono, con la visione dell’uomo che quelle pagine portano con se’. E’ una letteratura viva, non imbalsamata. Una letteratura che serve a formare sensibilita’ e giudizio.
La tipologia B conferma questa impostazione e la allarga. Il brano del presidente Giuseppe Saragat sull’Assemblea Costituente riporta al centro la memoria repubblicana, il senso delle istituzioni, il valore della democrazia. Non e’ una scelta neutra: significa dire che la scuola deve formare cittadini consapevoli, capaci di capire da dove nasce la nostra Repubblica e perche’ i suoi fondamenti contano ancora oggi. Il testo di Piero Bianucci sulla creativita’ scientifica rompe poi una contrapposizione vecchia e sterile tra sapere umanistico e sapere scientifico: ricorda che la scienza non e’ solo tecnica, ma anche invenzione, linguaggio, immaginazione, chiarezza. E dunque futuro. Infine, la riflessione di Frank Furedi sulle frontiere mette i maturandi di fronte a uno dei temi piu’ sensibili e discussi del nostro tempo. Identita’, confini, convivenza, globalizzazione: non formule, ma questioni vere, su cui occorre imparare a ragionare senza slogan.
Anche le tracce di tipologia C parlano il linguaggio della vita reale. Il tema della fatica, a partire da Mario Calabresi, ha un valore quasi controcorrente in un tempo che spesso illude i giovani con l’idea che tutto possa essere immediato, semplice, privo di sacrificio. Parlare di fatica significa invece rimettere al centro il lavoro su di se’, la costanza, la responsabilita’, la costruzione di una personalita’ solida. Il tema dell’incanto, suggerito da Wenke Husmann, apre invece uno spazio diverso ma altrettanto decisivo: quello della capacita’ di stupirsi, di non smettere di guardare il mondo con attenzione, curiosita’, apertura. Anche questo e’ maturare: non diventare cinici, ma diventare piu’ consapevoli.
Ecco allora il punto politico e culturale che emerge con forza. La riforma di Valditara non banalizza l’esame, non lo alleggerisce nel senso deteriore del termine, non abbassa l’asticella. Fa l’opposto: alza il livello della sfida, perche’ chiede ai ragazzi molto di piu’ di una buona memoria. Chiede profondita’, capacita’ critica, visione d’insieme, padronanza linguistica, responsabilita’ personale. Chiede, appunto, maturita’.
Per troppo tempo la parola “Maturita’” e’ rimasta quasi un’etichetta burocratica, il nome tradizionale di un esame sempre piu’ svuotato di significato. Oggi, invece, torna a coincidere con il suo senso piu’ autentico. Non si tratta solo di verificare quanto uno studente sa, ma che cosa e’ diventato al termine del suo percorso. Se sa leggere un testo, affrontare un tema complesso, collegare passato e presente, tenere insieme cultura, esperienza, realta’.
Le tracce del 2026 vanno esattamente in questa direzione. E mostrano che dietro la riforma del ministro c’e’ una precisa idea di scuola: una scuola piu’ seria perche’ piu’ vera; piu’ esigente perche’ piu’ attenta alla persona; meno inchiodata al nozionismo e molto piu’ capace di guardare alla contemporaneita’ e al futuro dei ragazzi. Non e’ poco. E’ il segno di una scuola che prova finalmente a misurare non solo la preparazione, ma la crescita. Ed e’ esattamente questo che un Paese dovrebbe chiedere al suo esame piu’ importante.

Prof. Francesco ROSSI
Dirigente scolastico Liceo Montale Roma

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