martedì, Settembre 15, 2026

Guerra nel Golfo Persico, il presidente Trump battezza lo stretto di Hormuz col suo nome

La tensione tra Washington e Teheran raggiunge livelli sempre più critici dopo l’ultima provocazione lanciata dal presidente americano Donald Trump. Rivendicando con forza il pieno controllo statunitense sul canale marittimo, il tycoon ha ipotizzato di ribattezzare lo snodo energetico “Stretto di Trump”, lanciando un chiaro segnale geopolitico sia alla leadership iraniana sia al proprio elettorato in vista delle imminenti elezioni di metà mandato. Per la Casa Bianca il controllo dell’area è fondamentale per spingere al ribasso i prezzi del petrolio e della benzina, mentre Teheran continua a considerare lo Stretto la principale leva negoziale nello scontro con gli Stati Uniti. La sparata del presidente si inserisce in una più ampia escalation militare e diplomatica. Ignorando gli avvertimenti americani, la Repubblica Islamica ha risposto all’ondata di raid aerei ordinati da Washington contro circa 100 obiettivi militari iraniani. Tra i bersagli colpiti figurano per la prima volta anche due petroliere, nell’ambito della strategia “petroliera per petroliera” inaugurata dagli Stati Uniti per scoraggiare le azioni di disturbo nel canale. Teheran ha denunciato pesantemente l’attacco americano contro una festa di nozze, definendolo un vero e proprio “crimine di guerra” e fornendo un bilancio complessivo di 18 vittime — tra cui 4 morti nel banchetto nuziale — e oltre 108 feriti. Per ritorsione, le forze iraniane hanno lanciato attacchi contro le basi americane dislocate in Iraq, Bahrein, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti. Sebbene funzionari americani confermino l’assenza di vittime tra le proprie fila, la portata dei danni materiali resta ancora da quantificare. Sullo sfondo si registra la massima allerta di Israele. Il ministro della Difesa Israel Katz ha assicurato che le forze armate sono pronte a reagire con “grande forza” a qualsiasi eventuale attacco iraniano durante il ciclo di festività ebraiche di Rosh Hashanah, Kippur e Sukkot. Nonostante i duri scambi aerei e la retorica accesa, Washington non sembra avere fretta di chiudere la partita a breve termine o di trascinare Teheran a un tavolo negoziale. Gli analisti ritengono improbabile un’ulteriore e definitiva offensiva su larga scala da parte degli Stati Uniti prima del voto del 3 novembre, ma non si esclude che la Casa Bianca possa rispolverare opzioni d’attacco ben più aggressive subito dopo l’appuntamento elettorale. La tensione nello Stretto di Hormuz resta al centro dell’agenda geopolitica di Washington. Nel corso di un incontro alla Casa Bianca con i candidati repubblicani alle prossime elezioni di metà mandato, il presidente statunitense Donald Trump ha ribadito la posizione di forza degli Stati Uniti nel canale strategico: «Gli Usa controllano lo Stretto di Hormuz», ha dichiarato il tycoon, sottolineando come «molte navi petrolifere stiano attraversando lo Stretto» regolarmente. Durante l’intervento, Trump ha riservato parole dure alla leadership di Teheran, tracciando un quadro critico della Repubblica Islamica. “La loro situazione non è affatto buona, è solo una questione di tempo», ha affermato il presidente, lasciando intendere come le pressioni economiche e la presenza militare americana stiano progressivamente logorando la tenuta del regime iraniano. Il Segretario alla Difesa americano Pete Hegseth ha disposto la proroga della presenza delle forze armate statunitensi in Medio Oriente fino al 2027, segnalando che il conflitto potrebbe estendersi ben oltre l’anno in corso. Secondo quanto rivelato dal Wall Street Journal, il mantenimento di un contingente di circa 50.000 militari nell’area garantisce al presidente Donald Trump la necessaria flessibilità strategica per valutare i prossimi passaggi nello scacchiere mediorientale. La decisione punta a consolidare la postura difensiva e deterrente degli Stati Uniti di fronte alle perduranti tensioni con l’Iran.

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