
Era il 2019 quando l’allora sindaca di Roma Virginia Raggi, in prima persona, si presentò sotto l’edificio occupato dai militanti di estrema destra in via Napoleone III, per notificare insieme alla polizia locale un verbale che ordinava la rimozione della scritta di marmo Casapound apposta sulla facciata del palazzo senza autorizzazione. Il primo vero atto concreto sulla vicenda dello sgombero, impantanata da anni. La scritta era l’unico aspetto su cui il Campidoglio poteva intervenire. Nel 2022 l’immobile viene inserito nella lista delle strutture da liberare dall’ex prefetto Matteo Piantedosi, senza risultato. Sono i Verdi a portare la proposta di sgombero fino in parlamento. Il governo però la respinge . Ora è la giustizia a porre un punto fermo. Dieci condanne a 2 anni e 2 mesi di reclusione, è quanto stabilito dal giudice monocratico di Roma nel processo legato all’occupazione dello stabile. Tra gli imputati accusati di occupazione abusiva aggravata ci sono Gianluca Iannone, Simone di Stefano e il fratello Davide. Nella requisitoria dello scorso aprile il Pm Eugenio Belmonte aveva spiegato che l’occupazione “va avanti dal 2003, che non ha le caratteristiche delle finalità abitative e che ha causato fino al 2019 un danno all’erario stimato dalla Corte dei conti in oltre 4,5 milioni di euro, oggetto anche di un provvedimento di sequestro preventivo non eseguito per ragione di ordine pubblico”. Il giudice ha disposto il dissequestro dell’immobile e la sua restituzione all’agenzia del demanio, oltre ad una provvisionale immediatamente esecutiva di 20 mila euro e il risarcimento da stabilire in sede civile. Immediato il commento di Casapound Italia: “Questa sentenza non ci trova impreparati: siamo pronti a difendere il palazzo e le famiglie in difficoltà che qui hanno trovato un porto sicuro e ricorreremo certamente in appello” .






