
I Muse incendiano l’Olimpico di Roma davanti a 40mila spettatori. Nella giornata del picco di calore, torrida tanto da costringere lo spostamento di un’ora dell’inizio dello show, Matt Bellamy e compagni hanno messo in scena il loro spettacolo tra effetti visivi e rock pomposo. Due ore tirate, con ventisette canzoni, una generosa parte delle quali dedicata all’ultimo album, “Will of the People”. Sabato 22 luglio si replica a Milano, allo stadio San Siro. I Muse che sono saliti sul palco dell’Olimpico sono una band molto diversa da quella vista lo scorso ottobre a Milano in uno show per pochi intimi. Nella dimensione da stadio il terzetto inglese ritrova la grandeur che lo caratterizza da anni, fatta di istrionismo, effetti speciali, scenografie pensate per stupire, lingue di fuoco e mostri demoniaci che abbracciano il palco. In tutto questo non è che la musica passi in secondo piano, ma è solo una parte di un tutto in cui nulla è più lontano dalla filosofia “less is more” (il meno è più).
Un concerto iniziato con il logo dell’ultimo album in fiamme sullo sfondo del palco e Matt Bellamy, Chris Wostenholme e Dominic Howard in scena incappucciati e con una maschera a specchio a nasconderne il volto. Definire lo spettacolo dei Muse concerto è forse riduttivo, perché in un’epoca in cui i concept album sono passati di moda, loro mettono in scena un concept dal vivo. Dove le canzoni del passato vengono scelte accuratamente per costruire insieme a quelle nuove un racconto coerente, dove la tematica di fondo è quella di un futuro distopico e apocalittico in cui si fondono chiamate alla rivoluzione e tirate anti-sistema.
Musicalmente la chitarra di Bellamy è sempre protagonista ma l’equilibrio tra i tre è mirabile, con il basso di Wostenholme che riesce mirabilmente a essere struttura portante e abbellimento di un’architettura in cui trovano spazio citazioni di musica classica e incursioni nel pop. Ma anche Dominic Howard ha il suo momento di gloria, messo al centro della scena in “Isolated System”. Le hit maggiori del gruppo ci sono tutte, da “Plug In Baby” a “Hysteria”, passando per “Time Is Running Out” e “Starlighth”, e fa niente se ormai non c’è più spazio per brani dal primo album, quella è una dimensione che ormai il gruppo ha abbandonato da tempo.






