
L’incendio geopolitico della crisi in Niger si espande sempre più, con le fiamme che rischiano di investire il resto dell’Africa e di scottare anche l’Occidente. Dopo il colpo di Stato del 26 luglio, si è innescato un pericolosissimo domino che rischia di coinvolgere una dozzina di Paesi in una guerra dalle proporzioni molto vaste. Al tavolo del risiko siedono anche Francia e Russia: la prima è un punto di riferimento per il passato coloniale, mentre l’altra rappresenta la potenza militare che tramite il Gruppo Wagner controlla le aree del Sahel. I golpisti hanno ricevuto un ultimatum dall’Ecowas, la Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale: arrendetevi entro domenica sera o sarà scontro militare. La Francia, finora Paese di riferimento di Niamey, ha confermato il proprio appoggio al blocco regionale capeggiato dalla Nigeria. Le cautele retoriche e tattiche denotano tuttavia la volontà condivisa di evitare un conflitto, con tanto di voci e indizi che spingono addirittura verso una revoca o un rinvio della scadenza. L’ultimatum lanciato il 30 luglio dall’Ecowas è stato sottolineato da Parigi, che ha ribadito di sostenere “con fermezza e determinazione” gli sforzi della Comunità per far fallire il golpe che in Niger ha deposto il presidente filo-occidentale Mohamed Bazoum. L’Ecowas nel 2017 intervenne in Gambia per scacciare un presidente, Yahya Jammeh, che non voleva ammettere la sconfitta elettorale. Ora sono pronti all’intervento, oltre alla Nigeria, anche Costa d’Avorio, Senegal e Benin. Dall’altra parte Mali e Burkina hanno già annunciato che un attacco a Niamey equivarrebbe a una dichiarazione di guerra nei loro confronti. Venti di conflitto armato, dunque, ma non è affatto detto che la tempesta si scateni dopo la mezzanotte di domenica. Oltre alla proroga dell’ultimatum, si fa strada anche l’ipotesi di un “calendario della transizione”, come è accaduto per i golpisti in Mali e Burkina-Faso. Del resto Cina e Russia premono per il dialogo e gli Usa nelle ultime ore hanno battuto un colpo solo per sospendere “alcuni piani di assistenza” al Niger. Il Sahel è quella fascia del continente africano delimitata a nord dal Deserto del Sahara e a sud dalla Savana e che corre dal Mar Rosso all’Oceano Atlantico. La chiamano anche “African Belt”, cioè la “cintura africana”, che separa l’Africa “bianca” (berbera) del Maghreb dall’Africa nera. E, come in ogni zona di confine, l’instabilità la fa da padrona. Le tensioni e l’autentico odio etnico tra gruppi tribali e autorità locali sono stati sfruttati al meglio prima dai francesi e ora dai russi. Come all’epoca del dominio coloniale, anche oggi l’assenza di uno Stato centrale forte e le divisioni territoriali imposte dall’alto sono i principali fattori di innesco della polveriera del Sahel, come hanno già mostrato i casi esplosivi di Mali e Burkina-Faso. Senza dimenticare Ciad e Mauritania, che hanno contribuito fortemente all’esportazione della violenza. La situazione è aggravata anche dalla presenza di un sistema giudiziario corrotto e frammentato, sul quale hanno allungato le mani proprio i russi, e l’assenza pressoché totale di servizi come istruzione e sanità. Non è un caso che tra il 2019 e il 2023 l’Africa centro-occidentale abbia vissuto nove colpi di Stato, oltre a varie svolte autoritarie. Oltre al Niger, le ultime hanno visto protagonisti Sierra Leone e Senegal: nella prima sono stati arrestati diversi militari che stavano pianificando un golpe, mentre in Senegal è finito dietro le sbarre il leader dell’opposizione Ousmane Sonko, con conseguente scioglimento del suo partito. La debolezza statale e l’instabilità sono testimoniate anche dall’indebolimento dell’Ecowas, che da 15 Stati è scesa a 11 per via delle sospensioni dei Paesi “golpisti” di Mali, Burkina-Faso, Guinea e appunto Niger. Il terreno si è mostrato fertile per le organizzazioni criminali ed estremiste, come quelle jihadiste, che negli ultimi anni si sono imposte sulla popolazione, diventando in tutto e per tutto l’autorità locale a esercitare il potere in tutti i settori, compresa l’economia. Sono migliaia di migliaia i giovani disperati che si rivolgono a questi gruppi paramilitari e criminali per un lavoro. L’alternativa è imbracciare le armi o emigrare, lungo la rotta letale che conduce all’Europa attraverso un mare troppo spesso assassino a causa di trafficanti senza scrupoli. Trafficanti che hanno fiutato nell’immane tragedia umana di uomini, donne e bambini costretti a scappare una miniera d’oro: per questo il Sahel è diventato il crocevia delle rotte migratorie africane, oltre che la trame di una rete di contrabbando di droga e armi. A causa dell’inconsistenza delle istituzioni democratiche e delle difficoltà economiche a dir poco infernali, nella regione si è sviluppato un sentimento anti-francese e anti-occidentale. Ad approfittarne è stata, manco a dirlo, la Russia. La Russia, tramite la compagnia paramilitare privata Wagner, ha fomentato e strumentalizzato le pulsioni anti-occidentali dapprima in Mali, Burkina-Faso e Sudan, e poi anche in Niger. Una propaganda sistematica, che anche grazie a centinaia di africani filo-russi assoldati da Mosca ha fatto leva sul sentimento anti-colonialista di antica memoria, attraverso la solita rete capillare di disinformazione e fake news. E infatti Mali e Burkina-Faso hanno preso le parti dei golpisti, annunciando che qualunque intervento militare straniero in Niger verrà considerato anche un’aggressione diretta nei loro confronti. Un’immagine su tutte fotografa questo stato di cose: nella stessa piazza si brucia la bandiera francese e si sventola quella russa. Gli interessi nella regione sono enormi e vanno dal settore delle armi a quello minerario, dagli investimenti nelle infrastrutture al controllo dei flussi di denaro e di persone. Il Niger, ad esempio, è uno dei Paesi più ricchi di uranio al mondo (l’Ue ne importa il 20%). Mosca esercita così un triplice controllo su tutta una serie di Stati instabili, “abbandonati” dalla Francia, alimentandone e sfruttandone le tensioni interne: controllo militare, economico e politico, offrendo miliziani e supporto talvolta a governi e altre volte alle opposizioni armate. Ulteriore indizio che fa una prova: a fine luglio si è svolta la seconda edizione del summit Russia-Africa, a quattro anni di distanza dal primo vertice del 2019.






