
Un mercato del lavoro a due facce. Da un lato gli effetti positivi della crescita dell’economia negli ultimi due anni, declinati sul territorio. Dall’altro una tendenza irreversibile al precariato. La Cgil elabora i dati dell’Inps, scandendo il termometro dell’occupazione. Il saldo a Giugno 2023 tra rapporti di lavoro creati (92744) e cessati (83561) è positivo per 9mila unità circa. Da inizio anno non ci sono saliscendi a tal punto che il tesoretto complessivo è attivo per più di 80mila rapporti (80702). Quando scendiamo nel dettaglio esaminiamo l’incremento della fragilità lavorativa. Il tempo determinato è la tipologia contrattuale prevalente tra quelle a termine, seguito da stagionale, apprendistato, intermittente e somministrazione. Il differenziale si attesta su 58679 in più e rappresenta il modello dominante (57,1% del totale). I contratti a tempo indeterminato arretrano di 8321 unità e scendono al 15,8%, una tendenza – ricorda il segretario generale di Roma e del Lazio, Natale Di Cola – immutata da almeno 10 anni. Tutte le famiglie negoziali sono attraversate trasversalmente dal part time. 1 contratto su 3 si svolge non ad orario pieno e che il part time sia a volte involontario si deduce dal dato di genere con le donne a siglare più tempi parziali nel 54,6% dei casi. La forbice tempo determinato/tempo indeterminato si ravvisa anche nella coda della vita lavorativa. Il 63% dei rapporti si chiude per fine contratto, il 24 per dimissioni. La Cgil si domanda, visti questi dati dell’Osservatorio precariato del sindacato, se ormai si lavori per vivere o se invece si viva per lavorare con grande fatica.






