È il pomeriggio del 7 agosto 1990 quando, dietro la porta chiusa a chiave di un ufficio al terzo piano di via Poma, nel quartiere Prati, si consuma uno dei delitti più misteriosi e inquietanti della cronaca italiana. Simonetta Cesaroni, vent’anni appena compiuti, impiegata part-time presso l’Associazione Italiana Albergatori, viene trovata senza vita, riversa sul pavimento. Ventinove coltellate, inflitte con ferocia, e nessun segno di effrazione: chi l’ha uccisa era entrato senza forzare. Da quel momento inizia un’inchiesta lunga e tormentata, segnata da piste che si aprono e si chiudono senza esiti, sospetti che si alternano e assoluzioni che lasciano dietro di sé solo ombre. Il primo nome a finire sotto i riflettori è quello di Pietro Vanacore, portiere dello stabile, arrestato e poi prosciolto per mancanza di prove. Vent’anni dopo, nel 2010, Vanacore si toglie la vita gettandosi in mare a Taranto, lasciando una frase amara in un biglietto: “Venticinque anni di sofferenze e sospetti”. Nel 2011, a sorpresa, la giustizia sembra aver trovato un colpevole: l’ex fidanzato di Simonetta, Raniero Busco, viene condannato in primo grado a 24 anni di carcere, ma tre anni dopo la Cassazione lo assolve definitivamente, decretando ancora una volta che la verità resta lontana. Oggi, a trentacinque anni da quel pomeriggio d’agosto, il caso torna a far parlare di sé. La Procura di Roma ha disposto la riapertura dell’inchiesta, analizzando nuove ipotesi investigative e riesaminando il materiale raccolto all’epoca con tecnologie attuali. Documenti, reperti e testimonianze vengono passati nuovamente al setaccio, nella speranza che un dettaglio rimasto sepolto per decenni possa fare la differenza. Ma il tempo, in questi casi, è un nemico silenzioso. Le tracce si affievoliscono, i ricordi si confondono, i protagonisti diretti non ci sono più. E così il “delitto di via Poma” rimane sospeso tra realtà e leggenda nera, un enigma che da 35 anni tiene con il fiato sospeso investigatori e opinione pubblica. Forse, anche questa volta, le risposte non arriveranno. Ma l’ombra di Simonetta continua a chiedere giustizia.







