Undici udienze dedicate esclusivamente alla requisitoria dell’accusa: è questo il dato che restituisce la dimensione del maxiprocesso in corso a Roma sulla prima “locale” di ’Ndrangheta radicata nella capitale, un procedimento che in queste settimane sta arrivando alle battute finali davanti all’VIII sezione penale. La Direzione Distrettuale Antimafia ha chiesto complessivamente oltre 450 anni di carcere per gli imputati, descrivendo un’organizzazione capace di replicare nella Capitale struttura e metodi della cosca d’origine. «Noi siamo una propaggine di là sotto», si sente in una delle intercettazioni citate in aula: un legame diretto con la Calabria, ma autonomia negli affari romani. Al centro dell’inchiesta, che ha preso di mira bar, panifici, ristoranti e pastifici riconducibili — secondo l’accusa — alla rete societaria costruita nel tempo, c’è Vincenzo Alvaro, 61 anni, indicato come figura dominante dell’organizzazione. Per lui i pm Giovanni Musarò e Stefano Luciani hanno chiesto 30 anni di carcere. In totale sono oltre quaranta le persone a processo, tra cui anche la moglie e le figlie di Alvaro, accusate dalla Procura di aver preso parte a un sistema di intestazioni fittizie. Le contestazioni, nell’ambito dell’indagine condotta dalla DDA e dal centro operativo DIA di Roma, spaziano da associazione mafiosa a traffico di droga, estorsione, truffa e riciclaggio. Gli arresti risalgono ai mesi tra maggio e novembre 2022, mentre un primo troncone del procedimento, celebrato con rito abbreviato per una ventina di imputati, si è già concluso in appello con condanne per oltre cento anni di carcere. In quel filone è stata confermata anche la pena a 18 anni per l’altro presunto boss, Antonio Carzo. La sentenza di primo grado per il dibattimento ordinario è attesa nelle prossime settimane.






