mercoledì, Gennaio 7, 2026

Pensioni, l’era post-Quota 103: addio agli anticipi, spinta ai fondi e un mese di lavoro in più dal 2027

La manovra di bilancio riscrive la mappa della previdenza italiana adeguandola a una doppia realtà: una popolazione che vive più a lungo e una coperta delle risorse pubbliche sempre più corta. Il segnale politico è netto: finisce la stagione delle deroghe generalizzate sull’anticipo pensionistico e si apre una fase di maggiore allineamento ai parametri europei, con un occhio attento alla sostenibilità dei conti. Va così in soffitta uno dei cavalli di battaglia della Lega degli ultimi anni, Quota 103, che consentiva l’uscita dal lavoro con almeno 62 anni di età e 41 di contributi. Lo schema non viene rinnovato, così come scompare Opzione donna, che permetteva il pensionamento anticipato a 61 anni con 41 di contributi. Resta invece in piedi Ape sociale, prorogata anche per il 2026, mentre viene confermato il canale di anticipo per i lavoratori impiegati in mansioni gravose e usuranti, che potranno accedere alla pensione al raggiungimento dei 63 anni e 5 mesi. La conferma, tuttavia, arriva accompagnata da una sforbiciata alle risorse. A partire dal 2033, i fondi destinati agli usuranti saranno ridotti di 40 milioni di euro l’anno, mentre per i lavoratori precoci i tagli saranno progressivi e più consistenti: 90 milioni nel 2032, 140 milioni nel 2033 e 190 milioni annui dal 2034 in poi. Un ridimensionamento che, pur non incidendo immediatamente sui requisiti, segnala una revisione strutturale delle priorità di spesa. Il cuore della riforma sta però nell’adeguamento automatico all’aspettativa di vita. La manovra allinea gradualmente i requisiti per la pensione di vecchiaia all’allungamento della vita media, ma lo fa con un approccio diluito nel tempo. Non scatteranno subito i 67 anni più tre mesi: il disegno di legge prevede un solo mese in più nel 2027, per arrivare a tre mesi complessivi dal 2028. Un compromesso che cerca di rendere più digeribile l’ennesimo innalzamento dell’asticella. Proprio su questo punto interviene il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che apre uno spiraglio: «Nel corso del 2026, se le cose continueranno ad andare bene sui conti pubblici come sono andate fino a oggi, cercheremo anche di ridurre quel mese in più che partirebbe dal 2027». Una promessa condizionata all’andamento della finanza pubblica, che lascia intendere come il dossier pensioni resti aperto e sensibile. Accanto al contenimento della spesa, la manovra punta con decisione sulla previdenza integrativa. Dal 1° luglio, per i neoassunti del settore privato scatterà il meccanismo del silenzio-assenso: in assenza di una scelta esplicita entro 60 giorni, il Tfr verrà automaticamente destinato ai fondi pensione. Un cambio di passo pensato per rafforzare il secondo pilastro previdenziale e compensare assegni pubblici destinati, nel tempo, a essere meno generosi. Non tutte le novità, però, vanno nella direzione dell’integrazione. Viene infatti cancellata la norma introdotta lo scorso anno che consentiva ai lavoratori del sistema contributivo di cumulare i contributi versati all’Inps con quelli destinati ai fondi pensione. Secondo fonti della maggioranza, la misura non aveva riscosso il successo sperato, rivelandosi poco utilizzata. Nel complesso, la manovra segna una svolta: meno scorciatoie verso l’uscita anticipata, più permanenza al lavoro e un forte incentivo alla previdenza complementare. Una riforma che fotografa un Paese chiamato a fare i conti con l’invecchiamento demografico e con vincoli di bilancio sempre più stringenti, mentre il dibattito politico resta aperto tra esigenze sociali e sostenibilità finanziaria.

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