L’America torna a bruciare e a dividersi brutalmente dopo l’uccisione di Renee Good, 37 anni, poetessa e madre di tre figli, freddata da un agente dell’ICE a Minneapolis. La tragedia è avvenuta a soli quattro isolati di distanza dal luogo in cui, cinque anni fa, morì George Floyd, riaccendendo una ferita mai rimarginata. La dinamica, documentata da video shock, mostra agenti federali circondare il SUV della donna, rea di bloccare il passaggio; dopo il tentativo di uno di loro di forzare la portiera, la donna si muove con l’auto e un collega dell’ICE esplode tre colpi a bruciapelo. L’auto, fuori controllo, si è poi schiantata mentre gli agenti impedivano persino a un medico di prestare soccorso alla vittima insanguinata. Secondo il Dipartimento della Sicurezza Interna, un agente avrebbe aperto il fuoco contro la donna, che era a bordo della sua auto, perché avrebbe “usato il veicolo come un’arma” per investire gli agenti. Il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, ha smentito duramente questa ricostruzione in una conferenza stampa, definendola senza mezzi termini “bullshits” (stronzate!) e parlando di “uso sconsiderato del potere dei federali che ha portato alla morte di una persona”. Un’accusa frontale, rivolta non solo all’ICE, ma anche all’amministrazione di Donald Trump, che in queste settimane ha intensificato le operazioni federali sull’immigrazione. Tre filmati della sparatoria visionati dalla Cnn mostrano alcuni dettagli, che permettono di ricostruire la dinamica dell’accaduto prima dello sparo. La risposta della piazza è stata immediata e violenta: i primi tafferugli sono scoppiati vicino al Bishop Henry Whipple, edificio federale a Fort Snelling, dove la polizia ha risposto alla folla con lacrimogeni e gas urticanti. Mentre le scuole cittadine restano chiuse per sicurezza, la rabbia dilaga da New York a Los Angeles. Il governo Trump ha immediatamente alzato un muro a difesa dell’agente: il Tycoon ha parlato di “autodifesa” contro una donna che si sarebbe comportata in modo “orribile”, mentre il vice JD Vance l’ha etichettata come “radicale instabile” e la ministra Kristi Noem come “terrorista domestica”. Secondo Noem l’agente che ha sparato ha “messo in pratica il proprio addestramento per salvare la propria vita e quella dei suoi colleghi”. La ministra ha aggiunto che quello stesso agente era già stato coinvolto inun episodio separato, a giugno, durante il quale era stato speronato e trascinato. Il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, che ha respinto le accuse definendo “spazzatura” la tesi della legittima difesa e intimando agli agenti federali di lasciare la città con un durissimo: “Andatevene fuori dalle palle”. Questo clima di caccia all’uomo e repressione spietata, che ha già causato un’altra vittima a Chicago lo scorso settembre, aggrava la posizione dei cittadini americani coinvolti nelle maglie della giustizia federale, ricordando quanto sia difficile ottenere verità quando la politica si sovrappone alla legge.
La morte di Renee Nicole Good infiamma l’America. Proteste in molte città degli Usa






