martedì, Gennaio 13, 2026

Civitavecchia e la “riqualificazione”: sedici lecci contro una città

A Civitavecchia, in piazza Regina Margherita, sta andando in scena l’ennesimo teatrino dell’assurdo. Una politica che definire “impreparata” è un atto di estrema generosità ha deciso che, per rifare il mercato, bisogna far fuori sedici lecci storici. Sedici. Non arbusti qualsiasi, ma giganti che hanno visto passare sotto le loro fronde generazioni di civitavecchiesi. Ma il punto non è solo il “cuore”, il sentimentalismo o la memoria. Il punto è la competenza. Perché chi governa oggi sembra parlare di “sostenibilità” come si parlerebbe di fisica quantistica dopo un mojito di troppo: a caso. Non sanno cosa sia un approccio ESG – Environmental, Social and Governance – e non hanno idea di cosa significhi, nel 2026, progettare uno spazio pubblico che tenga insieme ambiente, comunità e valore economico. L’importante, invece, è venire bene nei selfie. Essere giovani, o almeno passarsi come tali, a ogni costo. Eterni ragazzi che nella vita di prima facevano – per lo più – dignitosissimi mestieri, ma senza la responsabilità di guidare progetti complessi e uomini. Oggi, però, si trovano ad amministrare una città che brucia circa 50 milioni di euro l’anno con un Comune da 800 dipendenti. E lo fanno con la leggerezza di chi gioca a SimCity senza sapere che, fuori dallo schermo, le conseguenze sono vere.
Così, mentre studiano come “decimare” gli alberi – perché sì, siamo arrivati alla conta ridicola: “questo sopravvive, questo lo trapiantiamo”, che è il modo elegante per dire “lo facciamo morire altrove” – il mondo corre in tutt’altra direzione.
A Madrid la stazione di Atocha è una foresta dentro una stazione. A Singapore l’aeroporto è diventato un ecosistema pluviale. A Seattle Amazon ha costruito le Spheres, biodomi dove migliaia di piante sono il cuore di uno dei templi del capitalismo globale. Loro, che il profitto lo conoscono bene, hanno capito una cosa semplice: il verde è valore, è benessere, è futuro. Qui invece la “sostenibilità” è un vestito di tre taglie più piccolo. Decimare i lecci per fare spazio a un progetto mediocre – che pure costerà 6 milioni di euro – è l’esatto contrario di qualsiasi idea moderna di sviluppo urbano. È arroganza mista a ignoranza.
E allora che fare? La risposta è di una semplicità disarmante: ritirare il progetto. Non per fare un favore a un comitato o per una gentile concessione. Ma perché è un progetto sbagliato. Punto. Ammettere l’errore richiederebbe coraggio, una merce rara in certi palazzi. È molto più comodo tirare dritto, nascondendosi dietro i tecnicismi, i bandi, la paura di “perdere i finanziamenti”. Ma una cosa dovrebbe essere chiara a tutti: la memoria di una città non si trapianta. E Civitavecchia, sotto quei sedici lecci, non sta difendendo solo degli alberi. Sta difendendo se stessa.

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