venerdì, Gennaio 23, 2026

Omicidio del benzinaio di Ardea, l’imputato ritratta in aula: “Non l’ho ucciso io”

«Il benzinaio ad Ardea non l’ho ucciso io». Si apre con una frase destinata a pesare sull’intero processo la deposizione di Marco Adamo, il 19enne accusato dell’omicidio del 36enne Nahid Miah, ucciso durante una rapina il 27 maggio 2025 in un distributore di carburante alla periferia di Ardea. Nell’aula della Corte d’Assise di Frosinone, la seconda udienza si è trasformata in un momento di forte tensione emotiva e giudiziaria, segnato da una netta presa di distanza dell’imputato rispetto alle ammissioni rese nei mesi scorsi davanti al giudice. Adamo ha esordito rivolgendo delle scuse alla moglie della vittima, seduta tra le parti civili, per poi ritrattare quanto dichiarato in precedenza. Una versione che si discosta radicalmente dal quadro accusatorio e che ha aperto un confronto duro tra ricostruzioni opposte, dolore dei familiari e riscontri investigativi. I fatti risalgono alla sera del 27 maggio 2025. Nahid Miah, 36 anni, padre di due bambini piccoli, venne ucciso durante una rapina mentre lavorava nel suo distributore. Una vita semplice, divisa tra il lavoro e la famiglia, spezzata in pochi istanti. Per quel delitto è imputato Marco Adamo, che all’epoca dei fatti aveva appena compiuto 18 anni. L’accusa è pesantissima: omicidio volontario aggravato dalla rapina a mano armata e dall’uso del volto travisato. L’udienza si è snodata attraverso testimonianze cariche di tensione. Sono stati ascoltati i familiari dell’imputato e la vedova della vittima, chiamati a ricostruire i giorni immediatamente precedenti e successivi all’omicidio. Le domande dei giudici togati e popolari, del pubblico ministero, della difesa e degli avvocati delle parti civili – che rappresentano la moglie di Nahid e i due figli rimasti senza padre – hanno fatto emergere un quadro complesso e drammatico. Dalle deposizioni è emerso il profilo di un ragazzo in forte difficoltà personale, segnato da conflitti familiari. Poco prima del delitto, Marco Adamo avrebbe avuto un duro litigio con il padre, tanto da lasciare l’abitazione e trasferirsi dalla sorella. Un passaggio che, secondo l’accusa, contribuirebbe a delineare il contesto emotivo e psicologico del giovane. Particolarmente rilevante, ai fini processuali, una rivelazione emersa in aula: la sera precedente all’omicidio, Adamo avrebbe confidato alla fidanzata che il giorno dopo sarebbe successo qualcosa di «eclatante». Una frase che oggi, riletta alla luce dei fatti, pesa come un macigno e che rappresenta uno dei nodi centrali del dibattimento. Il processo proseguirà nelle prossime udienze, chiamato a fare chiarezza su una vicenda che ha profondamente scosso la comunità di Ardea e che continua a consumarsi tra il dolore di una famiglia distrutta e il confronto serrato tra accusa e difesa su una delle pagine di cronaca nera più drammatiche degli ultimi anni.

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