di Alessandro Ceccarelli
Hollywood perde uno dei suoi volti più intensi e rispettati: è morto Robert Duvall, protagonista di oltre sei decenni di cinema tra interpretazioni indimenticabili, premi prestigiosi e una carriera costruita sulla sobrietà e sulla profondità dei personaggi. Nato il 5 gennaio 1931 a San Diego, in California, Robert Duvall si era formato alla Neighborhood Playhouse School of the Theatre di New York, dove aveva studiato con Sanford Meisner affinando uno stile recitativo asciutto e realistico. Prima del grande schermo, il teatro e la televisione furono il suo banco di prova. Il debutto cinematografico che lo impose all’attenzione del pubblico arrivò nel 1962 con il ruolo di Boo Radley in Il buio oltre la siepe, accanto a Gregory Peck. Da lì in avanti, una carriera in costante ascesa. Negli anni Settanta Duvall divenne uno dei volti simbolo della New Hollywood. Fu il consigliere Tom Hagen ne Il padrino e nel successivo Il padrino – Parte II, diretto da Francis Ford Coppola, offrendo un’interpretazione misurata ma fondamentale nell’equilibrio della saga. Sempre con Coppola firmò una delle sue prove più iconiche: il colonnello Kilgore in Apocalypse Now, entrato nell’immaginario collettivo con la celebre battuta sul “profumo del napalm al mattino”. Nel 1983 arrivò il riconoscimento più ambito: l’Oscar come miglior attore protagonista per Tender Mercies, in cui interpretava un cantante country in declino alla ricerca di redenzione. Nel corso della carriera ottenne complessivamente sette candidature agli Academy Awards, a testimonianza della stima costante di critica e industria. Duvall ha attraversato generi e decenni con straordinaria versatilità: dal dramma giudiziario di Il verdetto al cinema d’azione, dal western al film intimista. Nel 1998 fu tra i protagonisti di A Civil Action, mentre nel 2003 conquistò una nuova candidatura all’Oscar per The Apostle, progetto da lui fortemente voluto e anche scritto e diretto. Attore schivo, lontano dai clamori del divismo, Duvall ha sempre privilegiato la sostanza alla spettacolarizzazione. La sua cifra era l’intensità silenziosa, la capacità di rendere memorabile anche una scena breve, costruendo personaggi complessi con pochi gesti e sguardi calibrati. Con la sua scomparsa se ne va uno degli ultimi grandi interpreti di una stagione irripetibile del cinema americano. Resta un’eredità artistica imponente, fatta di ruoli che hanno segnato la storia della settima arte e che continueranno a parlare alle generazioni future.






