L’ultimatum è arrivato con parole nette, scandite davanti alle telecamere e rilanciate in tempo reale dalle cancellerie di mezzo mondo. «O troveremo un accordo in 10-15 giorni o sarà una sfortuna per loro». Così il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha alzato la pressione su Teheran, riaprendo uno scenario di confronto che intreccia diplomazia, deterrenza militare e nuovi equilibri regionali. La risposta iraniana non si è fatta attendere. In una lettera indirizzata al segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, la missione permanente della Repubblica islamica ha denunciato che la retorica americana «segnala un rischio reale di aggressione militare». Pur ribadendo che «l’Iran non vuole una guerra», Teheran ha avvertito che reagirà «con decisione» a qualsiasi attacco, considerando «basi, strutture e risorse della forza ostile nella regione» come obiettivi legittimi. Nel frattempo, il dispositivo militare statunitense nel Medio Oriente si è rafforzato in modo visibile. La portaerei USS Gerald R. Ford è stata posizionata come elemento di deterrenza e “scudo” a difesa di Israele, accompagnata da un gruppo d’attacco completo. Secondo fonti della Difesa, nell’area operano decine di caccia multiruolo, velivoli cisterna per il rifornimento in volo e unità della Marina pronte a garantire superiorità aerea e capacità di risposta immediata. Un segnale chiaro: Washington vuole mostrare di avere sul tavolo non solo la carta negoziale, ma anche quella militare. La finestra di “10-15 giorni” evocata da Trump assume così il sapore di un countdown strategico, più che di un semplice termine diplomatico. Nel documento trasmesso a New York, la rappresentanza iraniana mette nero su bianco la propria linea rossa: qualsiasi azione militare sarà considerata un’aggressione diretta e comporterà una risposta proporzionata ma «decisa». Il passaggio più delicato è quello relativo agli obiettivi: basi e infrastrutture della “forza ostile” nella regione potrebbero rientrare nel raggio di azione iraniano, ampliando il rischio di un conflitto su scala regionale. Il riferimento implicito è alla rete di installazioni militari statunitensi in Medio Oriente e agli alleati di Washington. Un’escalation, in questo contesto, difficilmente resterebbe confinata a un confronto bilaterale. Mentre i toni con Teheran si irrigidiscono, Trump ha inaugurato a Washington il nuovo “Board of Peace” per Gaza, presentato come una struttura multilaterale senza precedenti. «Mai niente di più potente e prestigioso. Vigilerà sull’Onu. Tutti si uniranno», ha dichiarato il presidente durante la cerimonia. Il piano prevede uno stanziamento di 10 miliardi di dollari, una base operativa capace di ospitare fino a 5.000 militari e il contributo di soldati provenienti da cinque Paesi. Dall’Indonesia è atteso un contingente di 8.000 uomini. Alla cerimonia hanno preso parte rappresentanti di 20 Paesi; l’Italia ha partecipato in qualità di osservatore, con la presenza del ministro degli Esteri Antonio Tajani. L’iniziativa, nelle intenzioni della Casa Bianca, dovrebbe stabilizzare Gaza e affiancare o monitorare l’operato delle Nazioni Unite, ma il progetto ha già sollevato interrogativi sulla sovrapposizione di competenze e sull’effettiva accettazione da parte degli attori regionali. Il doppio binario – ultimatum all’Iran e lancio del Board per Gaza – delinea una strategia che combina pressione massima e proposta di architetture alternative alla governance multilaterale tradizionale. L’obiettivo dichiarato è prevenire un conflitto più ampio; il rischio concreto, segnalato da Teheran nella missiva a Guterres, è che la retorica e il dispiegamento militare finiscano per innescarlo. Con le navi in posizione, i caccia in volo e un termine temporale fissato pubblicamente, la crisi entra ora in una fase decisiva. Le prossime settimane diranno se la finestra indicata da Trump si tradurrà in un accordo o in un nuovo, pericoloso capitolo di tensione nel Medio Oriente.
Iran, ultimatum di Trump: “10-15 giorni per accordo”. Teheran: “Retorica di guerra”






