lunedì, Maggio 18, 2026

Iran, segnali di guerra. Washington al suo staff: “Lasciate Israele entro oggi”. Anche la Cina ai suoi cittadini: “Lasciate la Repubblica Islamica”

Venti di guerra sull’Iran il giorno dopo i colloqui di Ginevra. Si tratta ancora per evitare un’escalation: colloqui tecnici inizieranno lunedì prossimo presso la sede dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) a Vienna.  Ieri il 3° round dei negoziati, che tengono il mondo col fiato sospeso, si è svolto su un doppio binario: da un lato in forma indiretta, con il ministro degli Esteri omanita, Badr al-Busaidi, nel ruolo di mediatore incaricato di scambiare messaggi tra le parti, dall’altro con contatti diretti tra i negoziatori americani e iraniani. Fondamentale il messaggio dei negoziatori Usa Jared Kushner e Steve Witkoff sulla decisione “finale” del presidente Usa in merito a un eventuale attacco.
Al tavolo ha partecipato anche il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), Rafael Grossi. “Abbiamo scambiato idee creative e positive” e “speriamo di fare ulteriori progressi” ha detto al termine dei colloqui di ieri Al Busaidi.Anche l’Egitto è intervenuto sui negoziati ribadendo il fermo sostegno al dialogo diplomatico per scongiurare  un’escalation che minerebbe il già fragile equilibrio della Regione. Sulla stessa linea il Qatar, l’Arabia Saudita e gli altri stati del Golfo.
Secondo Axios, gli Stati Uniti hanno chiesto all’Iran di accettare che un eventuale accordo sul nucleare abbia durata illimitata e la rinuncia da parte di Teheran alle sue circa 10 tonnellate di uranio arricchito. Washington, tuttavia, sarebbe pronta a mostrare una certa flessibilità sulla richiesta iraniana di mantenere il diritto ad arricchire l’uranio, ma solo a condizione che Teheran dimostri in modo convincente di non perseguire in alcun modo la costruzione di un’arma nucleare. Dichiarazioni che sembrano in netto contrasto con quanto deciso dal Dipartimento di Stato americano, ovvero evacuare il personale non essenziale dall’ambasciata in Israele (e in precedenza da Beirut). Decisione presa in seguito anche da Pechino che ha chiesto ai suoi di lasciare l’Iran e dal Regno Unito che ha ritirato “temporaneamente” il personale diplomatico dalla sua ambasciata a Teheran. Secondo le fonti, Witkoff e Kushner hanno posto due condizioni durissime che rappresentano una linea rossa decisiva: hanno chiesto all’Iran di distruggere i suoi tre principali siti nucleari (Fordow, Natanz e Isfahan) e consegnare tutto l’uranio arricchito rimanente agli Stati Uniti. In sostanza, si tratta di un azzeramento del programma nucleare. Una richiesta ‘prendere o lasciare’ che, in uno scenario estremamente complesso, rende più concreta l’ipotesi di un intervento militare degli Stati Uniti. L’Iran chiude la porta all’aut aut e insiste affinché l’arricchimento dell’uranio continui all’interno del paese sotto la supervisione dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), secondo la Cnn che aggiunge un ulteriore elemento. La revoca di tutte le sanzioni statunitensi e delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è, secondo una fonte, “fondamentale per qualsiasi accordo”. Di base, “nessun impianto e/o equipaggiamento verrà distrutto” perché i siti sono registrati e sottoposti a garanzie internazionali. L’Iran intende tutelare il proprio diritto all’energia nucleare pacifica, incluso l’arricchimento dell’uranio e la produzione di combustibile, in base alle proprie necessità e sotto l’ombrello dell’Aiea: “Qualsiasi cosa l’Iran accetti di fare, inclusa la diluizione dell’Urano, verrà attuata all’interno dell’Iran”. La macchina bellica americana continua a muovere pezzi sullo scacchiere in Medioriente. All’interno dell’amministrazione Trump, non mancano posizioni più prudenti che accendono i riflettori sui rischi connessi ad un’eventuale azione. I principali consiglieri di Trump, nel quadro delineato da Politico, preferirebbero fosse Israele ad attaccare l’Iran prima dell’avvio di un eventuale intervento Usa. Un attacco israeliano, ipotizzano due fonti citate dalla testata, innescherebbe una reazione da parte dell’Iran che contribuirebbe a far aumentare il sostegno per un intervento Usa tra l’opinione pubblica americana. “C’è chi, all’interno e intorno all’Amministrazione, pensa la situazione sarebbe molto migliore se gli israeliani agissero per primi e da soli e gli iraniani facessero scattare la rappresaglia contro di noi dandoci più ragioni per intervenire”, ha detto una delle fonti. Entrambe convengono anche però sul fatto che lo scenario più probabile potrebbe essere quello di un’operazione congiunta di Israele e Stati Uniti. Una delle due fonti descrive come serio il lavoro negoziale, ma aggiunge anche che l’idea tra le persone più vicine al presidente è che “li bombarderemo”. Le opzioni sono diverse: dal raid mirato e limitato all’attacco ‘all in’ con potenziali effetti sul regime degli ayatollah. “Se parliamo di un attacco per il regime change, è molto probabile che l’Iran reagisca con tutte le sue forze. Abbiamo molti asset nella regione e ognuno di questi è un possibile obiettivo”, rileva una fonte, sottolineando come “c’è un’alta probabilità di vittime americane”.

 

 

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