domenica, Maggio 17, 2026

Il Monte dei Cocci a Testaccio: millenni di storia a strati

Nel quartiere Testaccio, a poca distanza dal Tevere e dalle mura aureliane, sorge una delle testimonianze più insolite della Roma imperiale: Monte Testaccio, familiarmente chiamato dai romani Monte dei Cocci, una collina artificiale alta circa 35 metri costruita interamente con frammenti di anfore romane. Non porta il nome di nessun imperatore che lo abbia fatto erigere, non è un affioramento geologico, non è un terrapieno difensivo. È il risultato di secoli di accumuli ordinati, stratificati fino a diventare uno dei siti archeologici più originali del mondo antico. Il nome ne svela subito il segreto: dal latino testae, cocci. La collina è composta da milioni di frammenti di anfore, consolidati con la calce e ricoperti da uno strato di terra che nel tempo ha favorito la crescita della vegetazione, conferendole l’aspetto di un rilievo naturale. Ma non lo è. Quanto al nome, le prime attestazioni scritte di “Testaccio” compaiono in documenti legati alla chiesa di Santa Maria in Cosmedin, dove viene menzionata una vigna situata “in Testaccio”: segno che il luogo aveva ormai assunto una propria identità riconoscibile, pur essendo già da secoli lontano dalla sua funzione originaria. Per comprendere Monte Testaccio bisogna tornare all’Emporium, l’antico porto fluviale che si estendeva lungo il Tevere proprio in questa zona della città. Nato tra la fine del III e gli inizi del II secolo a.C. per far fronte alla crescita demografica e commerciale di Roma — il vecchio approdo presso l’isola Tiberina non era più sufficiente — divenne il cuore logistico della capitale imperiale: qui arrivavano le merci dalle province, qui si scaricavano le navi, qui lavoravano facchini, funzionari doganali, mercanti. Nel tempo sorsero intorno allo scalo imponenti infrastrutture di supporto, in particolare i grandi magazzini, gli Horrea, destinati ad accogliere e custodire le merci in transito. Tra i prodotti che transitavano in maggiore quantità c’era l’olio d’oliva, bene di primaria necessità per cucinare, per l’illuminazione e per l’igiene personale. La produzione locale non era sufficiente a soddisfare i consumi di una città come Roma e si ricorreva all’importazione dalle province: in particolare, tra l’età augustea e il III secolo d.C., la fonte principale era la Betica — l’odierna Andalusia spagnola — da cui l’olio arrivava come forma di tassazione versata al governo romano. Le anfore che lo contenevano avevano una forma globulare molto caratteristica, con una capienza di circa 70 litri: a pieno carico ciascuna pesava quasi un quintale. All’arrivo al porto il contenuto veniva travasato in recipienti più maneggevoli per la distribuzione al dettaglio, mentre il contenitore vuoto diventava a tutti gli effetti un ingombro senza utilizzo. L’argilla porosa aveva assorbito l’olio, irrancidendo: riutilizzarla era impossibile. La soluzione fu pragmatica quanto efficace: si rompeva tutto. I cocci venivano sistemati ordinatamente a strati e sui cumuli i curatores — gli antichi incaricati pubblici della città — facevano versare della calce viva per neutralizzare i residui organici e contenere i cattivi odori. Una rampa permetteva ai carri di salire fino alla sommità per depositare i nuovi carichi. Strato dopo strato, per quasi tre secoli, il cumulo crebbe fino a diventare un colle.

 

 

 

 

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