Di Gilda Faleri
Dalle testimonianze dei fan ai tortelli preparati in agriturismo, il passaggio della principessa del Galles mostra come la tradizione possa diventare fenomeno pop
Alle prime ore del mattino Piazza Prampolini era già piena. Bandiere britanniche, mazzi di fiori, cappellini a tema e persone arrivate da diverse città per aspettare l’arrivo della principessa del Galles. Per alcuni media britannici l’Italia ha riservato alla principessa un’accoglienza degna di una rockstar. Una scena che potrebbe sembrare figlia dei social e della cultura pop contemporanea. Eppure, per Reggio Emilia, non sarebbe la prima volta.
Secondo alcune ricostruzioni storiche, nel 1273 passò da queste terre anche Edoardo d’Inghilterra, futuro sovrano britannico, accolto dai cittadini durante il viaggio di ritorno dalla crociata. Otto secoli dopo cambiano i mezzi, cambiano le immagini e cambiano le monarchie. Restano però la curiosità e il fascino esercitati da figure vicine alla corona inglese.
L’arrivo di Catherine a Reggio Emilia ha trasformato per due giorni, il 13 e 14 maggio, la città in un piccolo osservatorio internazionale. Giornalisti italiani e britannici, misure di sicurezza, fan della royal family e semplici curiosi si sono mescolati nella piazza in attesa della futura regina.
Poi l’arrivo. Il sole che compare tra le nuvole, il tailleur ceruleo della principessa, i telefoni alzati e una folla che si fa improvvisamente rumorosa. All’uscita dal municipio applausi, richieste di fotografie e il tentativo di scambiare due parole.
Tra chi l’ha aspettata fin dalle prime ore del mattino c’era Samuele Tassinari, che segue quotidianamente la monarchia britannica attraverso una pagina social dedicata alla famiglia reale.
«Ancora oggi riguardo i video in loop per capire se è successo davvero o se è stato solo un sogno», racconta. «Vederla dal vivo, dopo averla seguita per anni solo attraverso uno schermo, è qualcosa che capita raramente».
In mezzo alla folla c’erano anche Sara, che colleziona cimeli della famiglia reale, e Chiara, che ha un negozio di oggettistica inglese con un’ampia gamma dedicata ai Windsor, arrivate rispettivamente da Ferrara e Modena. La visita della principessa del Galles ha rimesso in moto un’organizzazione ormai consolidata fatta di messaggi, telefonate e partenze all’alba.
«Quando è uscita la notizia abbiamo iniziato subito a sentirci per capire come organizzarci», raccontano. «Ci siamo incontrate la mattina presto e poi siamo andate ai varchi sperando di riuscire a trovarci nel punto giusto».
Negli anni hanno seguito altri eventi legati alla monarchia britannica, dal Giubileo di Platino all’incoronazione di re Carlo, organizzando anche ritrovi e picnic a tema. Una passione che, nel tempo, si è trasformata anche in occasioni di incontro.
Ma quella della principessa del Galles non è stata soltanto una visita capace di richiamare fan e curiosi. Catherine è arrivata a Reggio Emilia per osservare da vicino il Reggio Emilia Approach, uno dei modelli educativi più conosciuti al mondo, nato nel dopoguerra e sviluppato attorno all’idea di infanzia, comunità e partecipazione.
Una scelta che racconta anche la direzione sempre più chiara del suo ruolo pubblico. Negli ultimi anni la principessa ha trasformato la prima infanzia in uno dei temi centrali della propria attività istituzionale.
Non sorprende allora che uno dei gesti più commentati della visita sia stato il modo in cui si è rivolta ad alcuni bambini presentandosi con un semplice «Mi chiamo Caterina». Nessun titolo, nessuna distanza.
Durante la seconda giornata ha visitato altre scuole, osservato attività all’aperto, incontrato educatori e infine partecipato alla preparazione dei tortelli all’agriturismo Al Vigneto.
Ed è forse proprio questa immagine – Catherine con le mani in pasta sulle colline reggiane – a raccontare meglio il paradosso delle monarchie contemporanee.
Un’istituzione antichissima continua a restare attuale trasformando gesti quotidiani, tradizioni locali e rituali semplici in immagini capaci di diventare immediatamente globali.
Forse è anche così che la monarchia britannica continua a sopravvivere: non soltanto attraverso la storia o il protocollo, ma rendendo pop ciò che appartiene alla tradizione.







