Una storia che sembra un’indagine archeologica, fatta di intuizioni, frammenti sparsi e percorsi intrecciati, fino a un finale atteso e straordinario. È quella del Puteale del Santuario di Ercole, finalmente ricomposto ed esposto al Museo Nazionale Etrusco di Cerveteri dopo un lungo lavoro di ricerca e ricostruzione. Una vicenda raccontata ieri nella Sala Ruspoli durante la conferenza “Delfini guizzanti”, organizzata nell’ambito della Notte dei Musei, un titolo scelto per richiamare la decorazione del reperto ma anche il carattere quasi investigativo di una storia che attraversa depositi archeologici, ritrovamenti dimenticati e traffici internazionali di reperti. Tutto ha avuto inizio da tre elementi separati: un frammento in travertino conservato nei depositi della Necropoli della Banditaccia, un secondo pezzo finito lontano nel circuito del traffico illecito di beni archeologici e una base rimasta quasi nascosta in un piccolo lapidario invaso dalla vegetazione. Tre percorsi differenti che nel tempo hanno trovato un punto di incontro grazie al lavoro e all’intuito degli studiosi coinvolti. Al centro della ricostruzione c’è un puteale, una vera da pozzo in travertino utilizzata come struttura di protezione attorno all’apertura di un pozzo. Nel caso specifico si tratta di un elemento di culto proveniente dall’area del Santuario di Ercole a Sant’Antonio, uno dei luoghi sacri più importanti dell’antica Caere. Un reperto probabilmente legato ai rituali dell’acqua e al culto di Ercole, che rappresenta una preziosa testimonianza del patrimonio archeologico del territorio. Oggi, dopo anni di dispersione e frammentazione, il puteale può essere finalmente ammirato nella sua forma originaria, restituendo alla comunità e agli studiosi un tassello importante della storia etrusca di Cerveteri.







